Embrioni congelati 19 anni fa prima che marito morisse: ok a impianto

di redazione Blitz
Pubblicato il 10 febbraio 2015 10:47 | Ultimo aggiornamento: 10 febbraio 2015 10:47
Embrioni congelati 19 anni fa prima che marito morisse: ok a impianto

Embrioni congelati 19 anni fa prima che marito morisse: ok a impianto

BOLOGNA – Diciannove anni fa, insieme al marito, decise di congelare gli embrioni fecondati dopo un tentativo di impianto fallito. Era il 1996, prima della famigerata legge 40 del 2004 che vietava la crioconservazione di embrioni in Italia. Poi vennero la malattia e la morte prematura del marito. E’ stato allora che ha deciso di riprovarci ma ormai c’era una legge che glielo impediva. Oggi, a 50 anni, il Tribunale di Bologna le ha dato ragione, ordinando all’ospedale l’impianto immediato di quegli embrioni, proprio in ragione dell’età avanzata della donna.

Secondo quanto riportato dall’Ansa, i giudici di Bologna hanno accolto il reclamo della donna dopo che il suo ricorso era stato rigettato in primo grado, e hanno ordinato al policlinico Sant’Orsola di provvedere immediatamente all’impianto degli embrioni prodotti con fecondazione assistita nel ’96, prima della legge 40, e da allora crioconservati.

I giudici della prima sezione civile (Betti, Squarzoni, Gaudioso) si riferiscono nell’ordinanza proprio alla legge 40 del 2004, che in Italia vieta la crioconservazione di embrioni, se non nel caso in cui la donna, dopo la fecondazione, non possa procedere all’impianto per gravi motivi di salute, ma regola anche con linee guida le procedure di fecondazione intraprese prima della sua entrata in vigore, come nel caso della coppia. Nello specifico la sentenza si rifà a quanto riportato in tali linee guida secondo cui “in caso di embrioni crioconservati, ma non abbandonati, la donna ha sempre il diritto di ottenere il trasferimento”. E per questo va accolto il ricorso, firmato dall’avvocato Boris Vitiello.

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La coppia, che si sposò nel 1998, nel 1996 si era rivolta al centro di fecondazione assistita dell’ospedale. Quell’anno fece un intervento, ma l’impianto non riuscì: otto embrioni non impiantati furono congelati, con il consenso dei due. In seguito, anche per una malattia dell’uomo, la coppia non ci riprovò, ma gli embrioni sono rimasti congelati e ogni anno, fino al 2010, i due hanno confermato la volontà di mantenere gli embrioni.

Dopo la morte del marito, avvenuta nel 2011 lei si è rivolta ancora al centro di procreazione medicalmente assistita chiedendo l’impianto. Nonostante il nulla osta del comitato di bioetica dell’università, la direzione le negò la possibilità, per via di un’interpretazione letterale della legge 40 secondo cui doveva sussistere la permanenza in vita di entrambi. A febbraio 2013 c’è stato il ricorso in via d’urgenza, il rigetto del tribunale, poi il reclamo accolto dal collegio, dopo un’udienza a dicembre 2014.

Secondo l’ordinanza, anche se la dichiarazione del 2010 non si può considerare un valido consenso, la stessa “costituisce una manifestazione di volontà idonea” ad escludere gli embrioni dalla categoria di embrioni in stato di abbandono. In conclusione i giudici scrivono che, vista l’età della donna, l’aleatorietà dei risultati della fecondazione assistita e le maggiori difficoltà proporzionate al progredire dell’età, è necessario provvedere in via d’urgenza, non potendo la 50enne “attendere il normale esito di un procedimento civile ordinario, stante la sua lunga durata”.

“E’ una decisione pro vita”, ha esultato l’avvocato della donna che aggiunge: “Senza l’intervento del tribunale cui si è fatto ricorso, non si sarebbe potuto conoscere quale sorte riservare ad embrioni già formati”.