Erri De Luca a processo: “Se la mia opinione è reato continuerò a commetterlo”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 27 Gennaio 2015 13:01 | Ultimo aggiornamento: 27 Gennaio 2015 13:02
Erri De Luca a processo: "Se la mia opinione è reato continuerò a commetterlo"

Erri De Luca

TORINO – “Se la mia opinione è un reato, continuerò a commetterlo”: alla vigilia del suo processo a Torino che lo vede accusato di istigazione a delinquere, Erri De Luca difende le proprie parole. Quattro parole, per l’esattezza, dette in un’intervista all’Huffington Post commentando i fatti in Val di Susa: “La Tav va sabotata”. 

Adesso, in un’altra intervista concessa a Marco Imarisio del Corriere della Sera, lo scrittore si difende e dice:

“Al massimo posso istigare alla lettura, nel migliore dei casi alla formazione di un sentimento. Perché sono uno scrittore. Con il suo lavoro Reinhold Messner istigava a scalare le montagne. Ma certo non è responsabile per le morti in alta quota”.

Il caso De Luca è più che mai attuale, dopo la strage alla redazione di Charlie Hebdo, ‘colpevole’ per le sue vignette anti-Islam, e il post dei 99 Posse sulla manifestazione di Cremona. 

Lo scrittore è sempre libero di dire quel che vuole?
«Non mi disturba una condanna. Come scrittore ed essere umano misuro la libertà con me stesso, nel rapporto tra quello che dico e faccio».

Non è autoindulgenza?
«Piuttosto una assunzione di responsabilità. Le mie parole sono quel che faccio. Se avessi voluto sabotare in senso materiale il cantiere della Tav sarei andato di persona, non ne dubiti. L’ho già fatto».

Quando lavorava in Fiat?
«Esatto. I 35 giorni dell’occupazione di Mirafiori, nel 1980. Sabotare significa impedire una funzione, e noi bloccammo la produzione. Lo rivendico, così come rivendico le mie parole sulla Tav».

Ma quello era l’Erri De Luca operaio, non lo scrittore letto da tanta gente.
«Oggi la mia libertà consiste nel dire cose di cui sono convinto e rispondere solo di quelle. Subisco un abuso di potere da parte di una accusa che vuole invece sabotare il mio diritto di parola, per altro sancito dalla Costituzione sulla quale giurano quegli stessi giudici».

(…)

La rabbia per quel che è successo autorizza sempre la reazione uguale e contraria?
«Anche la Marsigliese incita i cittadini a prendere le armi. Eppure non mi risulta che qualcuno si scandalizzi per l’inno nazionale francese».

«Aux armes citoyens» e ai bastoni i cremonesi?
«Se dicessi che condivido la frase dei 99 Posse dovrei stare lì, come sto in Val di Susa, e magari avrei potuto andarci. Comprendo la loro rabbia e tornando al nostro discorso escludo anche che si tratti di una forma di istigazione».

La violenza può ancora essere uno strumento politico?
«Sempre. Da una parte e dall’altra. Spaccare la testa di un militante è violenza criminale e politica, come l’assalto alla Polizia che non lo ha impedito, come la militarizzazione della Val di Susa. Esiste una violenza pubblica che scatena reazioni inevitabili».

Non le sembra un concetto da anni Settanta?
«Certe cose cambiano solo di nome. Ma non mi faccia tornare indietro. Domani in aula non va il mio passato. Se fossi accusato di resistenza a pubblico ufficiale allora qualcuno potrebbe vedere una continuità con la militanza politica di un tempo. Invece gli eventuali precedenti di istigazione vanno cercati solo in quel che dico e scrivo. Non rispondo in tribunale della mia vita, ma della mia parola contraria».

Lei dovrebbe pagare da bere, ai magistrati di Torino…
«Se la mia opinione è un reato, continuerò a commetterlo, come scrittore e come cittadino. I magistrati devono anche dimostrare la connessione tra le mie parole e l’azione di qualcuno. Auguri. Ma se davvero lo trovano, questo qualcuno, sarei curioso di conoscerlo. Come scrittore e come cittadino, ovviamente».