Feto durante travaglio è una persona: all’ostetrica negligente omicidio colposo, non aborto colposo

di Redazione Blitz
Pubblicato il 20 Giugno 2019 19:34 | Ultimo aggiornamento: 20 Giugno 2019 20:06
Feto durante travaglio è una persona: all'ostetrica negligente omicidio colposo, non per aborto

Feto durante travaglio è una persona: all’ostetrica negligente omicidio colposo, non aborto colposo

ROMA – Un nascituro al momento del travaglio del parto, il feto comunemente inteso, è in quel momento già una persona, con relativi diritti. Lo ha stabilito una sentenza della Corte di Cassazione che ha confermato la condanna di omicidio colposo nei confronti di un’ostetrica, e non di aborto colposo. 

Nel contesto attuale “di totale ampliamento della tutela dei diritti della persona e della nozione di soggetto meritevole di tutela, che dal nascituro e al concepito si è poi estesa fino all’embrione”, il feto, “benché ancora nell’utero”, deve essere considerato un “uomo” durante il travaglio della gestante, nel momento cioè della “transizione dalla vita uterina a quella extrauterina”. Lo sottolinea la Cassazione: dunque l’ostetrica negligente che provoca la morte del feto risponde di omicidio colposo e non di aborto colposo.

Sulla base di queste considerazioni che tengono conto dell’evoluzione “normativa e giurisprudenziale italiana e internazionale”, nel campo dei diritti della persona, la Cassazione ha confermato la condanna per omicidio colposo a un anno e nove mesi di reclusione, pena sospesa, nei confronti di una ostetrica che non aveva adeguatamente monitorato il battito cardiaco di un feto mentre la madre era in travaglio e le era stata somministrata l’ossitocina per aumentare le contrazioni.

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L’ostetrica – che voleva una condanna più mite, per aborto colposo – continuava a rassicurare il ginecologo che tutto procedeva regolarmente. Invece il bimbo venne alla luce già morto, per asfissia e i periti stabilirono che la congestione degli organi e lo stato di sofferenza fetale “non si era determinata in pochi minuti” ma in almeno mezz’ora. Se il monitoraggio fosse stato adeguato il bambino poteva essere salvato ricorrendo al cesareo. Per la Cassazione “la tutela della vita non può soffrire lacune” e deve essere ‘protetto’ dalla legge anche il ‘viaggio’ dei nascituri nel canale uterino. (fonte Ansa)