Cronaca Italia

Fiumi tombati per costruirci sopra: 12mila chilometri. Così ci regaliamo alluvione e morti

Fiumi tombati per costruirci sopra: 12mila chilometri. Così ci regaliamo alluvione e morti

Fiumi tombati per costruirci sopra: 12mila chilometri. Così ci regaliamo alluvione e morti

ROMA – Migliaia di chilometri di fiumi tombati: 12mila per essere precisi, più o meno la distanza che c’è tra Roma e la costa occidentale dell’Australia. Sono i corsi d’acqua, fiumi, torrenti e canali che nel nostro Paese sono stati ingabbiati nel cemento, come il Rio Ardenza e il Maggiore, entrambi a Livorno. A volte solo tra argini e ponti mentre altre volte letteralmente chiusi in un sarcofago. Un’abitudine edilizia iniziata nell’era napoleonica, ma per chiudere quelle che erano nei fatti delle fogne, e dilagata nel ‘900 italiano per aver più suolo su cui costruire o anche per sola, semplice e pericolosissima ignoranza. L’ignoranza che ci regala, oggi, le alluvioni.

“In America hanno Irma, qui abbiamo Virginia”, ironizzano amaramente i romani all’indomani dell’ennesimo nubifragio che ha messo in ginocchio la Città Eterna. E peggio, molto peggio stanno i livornesi che oltre ai danni contano i morti delle ultime piogge: 8, probabilmente più di quanti ne avrà fatti in Florida l’uragano tanto temuto. E se è vero, come dice la sindaca Raggi, che delle alluvioni colpevole è anche il cambiamento climatico e le precipitazioni più intense che porta, è altrettanto vero che queste precipitazioni hanno effetti molto più devastanti in Italia che altrove. E questo perché il nostro Paese è impreparato. Impreparato perché ha infrastrutture non solo pensate per fenomeni atmosferici diversi e meno intensi, ma impreparato anche perché alcune di quelle infrastrutture sono semplicemente mal concepite. Ed è esattamente il caso dei corsi d’acqua tombati.

La ‘tombatura’ dei fiumi è un’invenzione francese – racconta Roberto Giovannini su La Stampa -: furono gli ingegneri del servizio delle ‘Acque e dei Ponti’ del Regno d’Italia di Napoleone Bonaparte a immaginare per primi la necessità di coprire certi rivi minori all’interno delle città. La ragione era sanitaria: questi corsi d’acqua erano fogne a cielo aperto, potevano e dovevano essere trasformati in fogne ben chiuse che sfociavano nei fiumi più importanti, liberando le città e risanandole da cattivi odori ed epidemie. Tra fine Ottocento e inizio Novecento in tante città grandi e piccole del Belpaese molti rivi furono così ‘tombati’, e coperti da strade e salubri viali alberati per il passeggio. Successivamente, la motivazione di queste opere di sistemazione idraulica cambiò: negli Anni 60, 70 e 80 sempre più rivi vennero coperti per ragioni urbanistiche o per permettere l’edificazione di nuove costruzioni. I corsi d’acqua non coperti ebbero argini di cemento, il loro scorrere venne regimato, rettificato, ristretto e ingabbiato, e nel loro alveo vennero costruiti ponti e a volte anche edifici d’abitazione. Le aree paludose e le cosiddette ‘casse di espansione’ in cui un tempo i fiumi riversavano l’eccesso di acqua non ci sono più. Nelle zone all’esterno delle città il terreno agricolo è stato occupato da case, centri commerciali, capannoni industriali, parcheggi”.

Ovviamente non siamo noi italiani i soli ad aver ingabbiato i fiumi, ma altrettanto ovviamente lo abbiamo fatto di più e peggio. Peggio specialmente al Sud perché nel meridione alla cattiva scelta di ingabbiare i corsi d’acqua si è sommata la qualità scadente di molti lavori eseguiti. Ma anche dove i lavori sono stati eseguiti a regola d’arte è ormai evidente che ‘chiudere’ i fiumi è una pratica sbagliata. L’acqua infatti, per definizione, da qualche parte deve andare. E se quelle che sono le sue strade naturali, cioè gli alvei dei fiumi, vengono ridotte, questa dovrà trovare altre strade per passare. Travolgendo inevitabilmente quello che ostacolerà il suo deflusso.

Poco importa se gli alvei imprigionati sono quelli che per anni restano secchi, sono infatti proprio quelli a riattivarsi con precipitazioni più abbondanti del solito. I fiumi infatti non sono corpi morti e immutabili, ma vivi e pronti a cambiare carattere. L’acqua che non può più scendere verso le falde sotterranee perché bloccata da cemento e asfalto, da qualche parte deve andare. E se piove molto, l’acqua che prima scorreva in un alveo fluviale di cento metri, non ce la fa a passare dentro un canale sotterraneo largo venti, e quella che giunge nella strettoia del fiume tombato esplode, letteralmente, sommergendo case e persone. Purtroppo, oltre al danno, la beffa di non avere nemmeno una mappa precisa di cosa e dove è stato murato. Sappiamo che i corsi d’acqua tombati sono tanti e più o meno ovunque. Ma ce ne ricordiamo solo quando tornano ed essere fiumi in piena ed esplodono. Facendo danni e, a volte, uccidendo qualcuno.

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