Una flebo in ospedale può uccidere: dal neonato a Roma a un giovane a Napoli

Pubblicato il 29 luglio 2012 17:25 | Ultimo aggiornamento: 29 luglio 2012 17:39

flebo_ospedaleROMA – Muore neonato dopo che in ospedale gli iniettano latte in vena a Roma, muore invece a 19 anni dopo una flebo a Napoli. Sono due storie, una che arriva dal San Giovanni della capitale, l’altra dal Policlinico di Napoli.

Due denunce, due dolori in famiglia, due grandi dubbi sul lavoro di medici e infermieri. Una semplice flebo può uccidere, ma saranno le autopsie a stabilire se davvero in questi due casi siano state le flebo ad ammazzare.

Da un lato c’è il piccolo Marcus, ucciso dopo una flebo di latte. Era nato sano. Prematuro, ma sano. Avrebbe potuto farcela se qualcosa non fosse andato storto. Per i risultati dell’autopsia, la seconda, sul corpo del neonato morto lo scorso 29 giugno bisognerà aspettare ancora qualche settimana (arriveranno entro il 19 agosto).

Ma il medico legale Saverio Potenza di Tor Vergata, che ha eseguito con l’istologo Ugo Di Tondo l’esame sul cadavere del bimbo, un primo punto l’ha messo. Il figlio di Jacqueline De Vega, la colf filippina che dopo aver perso suo figlio ora vive con l’atroce peso che possa essere morto di malasanità e non per le ”cause naturali” che le dissero allora, pesava solo 780 grammi. Ma poteva vivere. E poi c’è un altro punto che è emerso: non sarebbe vero, stando all’avvocato Danilo Granito (il datore di lavoro della mamma, che ne ha preso le difese legali), che ”il piccolo Marcus sia deceduto a causa di una infezione dovuta a un batterio. Nessun esame ha indicato questo tipo di risultato – ha puntualizzato -. La prima autopsia eseguita il 10 luglio non ha assolutamente indicato quanto riportato oggi da alcuni quotidiani”.

Dall’altra parte c’è la storia di Luca, raccontata dal quotidiano Il Mattino, che inizia alle 7.30 di ieri 28 luglio.

Il ragazzo, ricoverato per una forma di diabete, viene colto da malore, secondo quanto si legge nella denuncia della famiglia, mentre aveva l’ago di una flebo, a base di cortisonici, infilata nel braccio. Poco prima aveva parlato a telefono con il padre e aveva detto di sentirsi meglio. Stava provando a curare un abbassamento della vista che lo aveva colpito da qualche settimana; abbassamento che dipendeva dall’infiammazione del nervo ottico.

Il cortisone gli era stato somministrato proprio per farlo guarire dall’infiammazione. La famiglia accusa i medici. Intanto il direttore generale del Policlinico, Giovanni Persico, ha istituito una commissione per verificare quanto accaduto. Disposta l’autopsia, è scattata, dunque, l’inchiesta per stabilire cosa ha potuto determinare il decesso.