Francesco Bellomo arrestato: ex giudice delle minigonne obbligatorie accusato anche di minacce a Conte

di redazione Blitz
Pubblicato il 9 Luglio 2019 12:34 | Ultimo aggiornamento: 9 Luglio 2019 12:34
Francesco Bellomo, ex giudice, ai domiciliari per maltrattamenti ed estorsione ai danni delle borsiste

Francesco Bellomo, ex giudice, ai domiciliari per maltrattamenti ed estorsione ai danni delle borsiste (Foto Ansa)

BARI – L’ex giudice del Consiglio di Stato Francesco Bellomo è stato posto agli arresti domiciliari nella sua casa di Bari con l’accusa di maltrattamenti nei confronti di quattro donne, tre borsiste e una ricercatrice dei suoi corsi post-universitari per la preparazione al concorso in magistratura della Scuola di Formazione giuridica avanzata Diritto e scienza. Secondo l’accusa, Bellomo avrebbe imposto anche un dress code alle quattro donne: Bellomo era già stato accusato in passato di imporre minigonne e abiti di suo gradimento alle ragazze che patecipavano ai suoi corsi. L’ex giudice deve rispondere anche dell’accusa di estorsione aggravata ai danni di un’altra corsista. Non solo, Bellomo è accusato di calunnia e minacce nei confronti del premier Conte, quando quest’ultimo svolgeva l’attività di avvocato e doveva giudicare proprio l’operato di Bellomo. 

I fatti contestati risalgono agli anni 2011-2018. L’arresto è stato disposto dal gip del Tribunale di Bari Antonella Cafagna. Secondo l’accusa, il reato di maltrattamenti sarebbe stato commesso da Bellomo nei confronti di donne con le quali aveva avuto una relazione sentimentale, in concorso con l’ex pm di Rovigo Davide Nalin, coordinatore delle borsiste.

Secondo quanto scritto nell’ordinanza riportata dall’agenzia Ansa, con “l’artifizio delle borse di studio offerte dalla società” che consentivano tra le altre cose la frequenza gratuita al corso e assistenza didattica individuale, “per selezionare ed avvicinare le allieve nei confronti delle quali nutriva interesse, anche al fine di esercitare nei loro confronti un potere di controllo personale e sessuale” si legge nell’imputazione, avrebbe fatto sottoscrivere un “contratto/regolamento” che disciplinava i “doveri”, il “codice di condotta” ed il “dress code” del borsista.

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Sempre secondo quanto sostenuto dall’accusa, a selezionare le borsiste tramite colloquio, sottoponendole a quello che nelle carte viene definito il “test del fidanzato sfigato”, sarebbe stato l’ex pm Nalin, incaricato anche di vigilare sul rispetto degli obblighi contrattuali, svolgere istruttorie in caso di violazioni e proporre sanzioni.

La presunta estorsione contestata a Bellomo sarebbe stata commessa nei confronti di un’altra corsista, costretta a rinunciare ad un lavoro da co-presentatrice in una emittente televisiva “in quanto incompatibile con l’immagine di aspirante magistrato”. 

Secondo l’accusa, ad alcune borsiste della Scuola di Formazione giuridica avanzata Diritto e Scienza sarebbe stato imposto anche il “divieto di contrarre matrimonio a pena di decadenza automatica dalla borsa”.

Secondo l’ordinanza, le borsiste della Scuola di Formazione dell’ex giudice Bellomo dovevano “attenersi ad un dress code suddiviso in ‘classico’ per gli ‘eventi burocratici’, ‘intermedio’ per ‘corsi e convegni’ ed ‘estremo’ per ‘eventi mondani'” e dovevano “curare la propria immagine anche dal punto di vista dinamico (gesti, conversazione, movimenti), onde assicurare il più possibile l’armonia, l’eleganza e la superiore trasgressività al fine di pubblicizzare l’immagine della scuola e della società”. Sono alcuni passaggi del contratto imposto alle borsiste e riportati nell’ordinanza di arresto.

L’abbigliamento definito “estremo” prevedeva “gonna molto corta (1/3 della lunghezza tra giro vita e ginocchio), sia stretta che morbida + maglioncino o maglina, oppure vestito di analoga lunghezza”; quello “intermedio” “gonna corta (da 1/3 a ½ della lunghezza tra giro vita e ginocchio), sia stretta che morbida + camicetta, oppure vestito morbido di analoga lunghezza, anche senza maniche; il “classico” “gonna sopra il ginocchio (da ½ a 2/3 della lunghezza tra giro vita e ginocchio) diritta + camicetta, oppure tailleur, oppure pantaloni aderenti + maglia scollata. Alternati”.

Il dress code, riferisce l’ordinanza riportata dall’Ansa, imponeva anche “gonne e vestiti di colore preferibilmente nero o, nella stagione estiva, bianco. Nella stagione invernale calze chiare o velate leggere, non con pizzo o disegni di fantasia; cappotto poco sopra al ginocchio o piumino di colore rosso o nero, oppure giacca di pelle. Stivali o scarpe non a punta, anche eleganti in vernice, tacco 8-12 cm a seconda dell’altezza, preferibilmente non a spillo. Borsa piccola. Trucco calcato o intermedio, preferibilmente un rossetto acceso e valorizzazione di zigomi e sopracciglia; smalto sulle mani di colore chiaro o medio (no rosso e no nero) oppure french”.

Il gip del Tribunale di Bari Antonella Cafagna che ha disposto l’arresto, con concessione dei domiciliari, parla nell’ordinanza di “indole dell’indagato in seno al rapporto interpersonale in termini di elevata attitudine alla manipolazione psicologica mediante condotte di persuasione e svilimento della personalità della partner nonché dirette ad ottenerne il pieno asservimento se non a soggiogarla, privandola di qualunque autonomia nelle scelte, subordinate al suo consenso”.

Sempre nell’ordinanza il giudice parla di un “sistema Bellomo” nel quale “l’istituzione del servizio di borse di studio non era altro che un espediente per realizzare un vero e proprio adescamento delle ragazze da rendere vittime del proprio peculiare sistema di sopraffazione, fondato sulla concezione dell’agente superiore e sui corollari di fedeltà, priorità e gerarchia”.

Secondo “la concezione ‘bellomiana’ dei rapporti interpersonali”, le vittime sarebbero state prima “isolate, allontanandole dalle amicizie”, quindi Francesco Bellomo ne avrebbe tentato una “manipolazione del pensiero se non addirittura di indottrinamento” con successivo “controllo mentale, mediante l’espediente di bollare come sbagliate le opinioni espresse o le scelte compiute dalla vittima, in modo da innescare un meccanismo di dipendenza da sé”. È anche una delle vittime a definire il rapporto con Bellomo “come se si fosse impossessato della mia testa”.

CALUNNIA NEI CONFRONTI DEL PREMIER CONTE.

Bellomo risulta indagato anche per i reati di calunnia e minaccia ai danni dell’attuale presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. L’accusa risale al settembre 2017, quando Conte era vicepresidente del Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa e presidente della commissione disciplinare chiamata a pronunciarsi su Francesco Bellomo.

L’ex magistrato aveva citato per danni dinanzi al Tribunale di Bari Conte e un’altra ex componente della commissione disciplinare, Concetta Plantamura, “incolpandoli falsamente”, si legge nell’ordinanza riportata dall’Ansa, di aver esercitato “in modo strumentale e illegale il potere disciplinare”, svolgendo “deliberatamente e sistematicamente” una “attività di oppressione” nei suoi confronti, “mossa – denunciava Bellomo – da un palese intento persecutorio, dipanatosi in un numero impressionante di violazioni procedurali e sostanziali, in dichiarazioni e comportamenti apertamente contrassegnate dal pregiudizio”. (Fonte: Ansa)