Francesco Bellomo, il giudice e le minigonne: “Il mio è metodo scientifico”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 12 dicembre 2017 11:56 | Ultimo aggiornamento: 12 dicembre 2017 11:56
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Francesco Bellomo con le aspiranti giudici

ROMA – Francesco Bellomo, il giudice accusato di aver imposto minigonna e tacchi a spillo alle aspiranti giudici del suo corso di formazione, si difende tirando in ballo niente meno che la scienza e Albert Einstein: “Il mio è un metodo scientifico di intendere la funzione della ragione nelle cose umane. Tutti i geni, Einstein, si sono dovuti difendere dagli attacchi di chi non ne conosceva le idee. Non avrei voluto divulgare le mie, ma sono venute fuori. Allora perché non dite che funzionano? Le mie allieve (e i miei allievi) hanno superato il concorso più di quelle di qualunque altro corso. E poi il dress code non è quello che scrivete”.

In un’intervista a Virginia Piccolillo, pubblicata sul Corriere della Sera, ha aggiunto:

“Quello in corso è un processo alle mie idee, si applica un giudizio morale a cose che riguardano la mia vita privata e un approccio disciplinare evidentemente troppo moderno per i temi di oggi”.

“Facciamo un esempio: due persone si incontrano, fanno l’amore, il giorno dopo l’uomo dice che è stato bello. La donna lo denuncia. Vogliamo capire come mai?”.

Anche la procura di Bari punta a fare chiarezza sul caso del giudice del Consiglio di Stato, che secondo avrebbe obbligato le allieve della sua scuola privata di formazione per magistrati, “Diritto e Scienza”, a presentarsi ai corsi in minigonna, tacchi a spillo e trucco marcato, pretendendo anche che non fossero sposate.

Un caso che nasce dalla denuncia presentata alla Procura di Piacenza dal padre di una ragazza a fine 2016, azione che ha provocato l’avvio di un provvedimento disciplinare nei confronti del consigliere che ora vede scendere in campo anche la procura di Bari con un’indagine conoscitiva – per ora un fascicolo “modello 45”, cioè senza ipotesi di reato né indagati – proprio per accertare eventuali condotte illecite commesse anche nel capoluogo pugliese. Bellomo, infatti, è di origini baresi. E la scuola da lui diretta ha sedi a Milano, Roma e Bari.

La vicenda, tra l’altro, ha finito col coinvolgere anche un pm, Davide Nalin, che alla procura di Rovigo si occupa di reati a sfondo sessuale e contro le donne, collaboratore di Bellomo, su cui pende la richiesta del Pg della Cassazione di sospensione cautelare dalla funzione e dallo stipendio, mentre è già fissata per venerdì l’udienza cautelare nella sezione disciplinare del Csm che lo riguarda.

L’intera vicenda ha molti aspetti ancora da approfondire, per lo meno sul piano penale, mentre ben più definiti appaiono i profili disciplinari. Non è un caso se per Bellomo, cui è stato vietato di svolgere attività di docenza, è già partita il 27 ottobre, deliberata dal Consiglio di Presidenza della giustizia amministrativa, la richiesta di destituzione, ossia la sanzione più dura fra quelle previste e praticamente mai applicata nella storia repubblicana. Ora, dopo la stesura di un parere della prima commissione, si dovrà esprimere l’adunanza generale. La conclusione dell’iter, che ha visto anche nel corso degli scorsi mesi l’audizione di tutte le parti coinvolte, compresa la ragazza e il padre che ha sporto denuncia, “è imminente”, assicura la giustizia amministrativa.

Tempi troppo lunghi? Va detto che il presidente del Consiglio di Stato, Alessandro Pajno, ha ricevuto il 23 gennaio 2017 gli atti relativi alla vicenda, “per il successivo inoltro alla procura della Repubblica di Roma”, ed ha esercitato l’azione disciplinare, di cui è titolare, il successivo 2 febbraio, quindi 10 giorni dopo. I tempi successivi sono in parte dettati dalla legge e dalle procedure e sono stati “i più rapidi consentiti”, assicurano gli organi della giustizia amministrativa.

“Mia figlia sta cercando di tornare a una vita normale”, dice intanto il padre della ragazza piacentina che ha denunciato vessazioni e minacce durante il corso per aspiranti magistrati. L’uomo riferisce che la ragazza – laureata alla Cattolica di Piacenza – ora sta meglio ma “questa odissea le ha distrutto la vita. Ha ripreso a mangiare e a studiare, ma è ancora in cura dagli psicologi”. Ripete che la figlia “è stata sotto ricatto per troppo tempo attraverso il contratto che come borsista doveva firmare per mantenere la borsa di studio”. Bellomo avrebbe cercato, dopo aver appreso della denuncia, di arrivare a una conciliazione con la ragazza. I carabinieri “sono venuti più volte, chiedevano a mia figlia di firmare un atto di conciliazione. Sono venuti a maggio, e poi a ottobre, ma lei era in ospedale”, conclude.

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