Francesco Ginese, rave del non mi compete, sballo della colpa sempre altrui

di Lucio Fero
Pubblicato il 25 Giugno 2019 9:55 | Ultimo aggiornamento: 25 Giugno 2019 10:00
Francesco Ginese, rave Sapienza del non mi compete, sballo della colpa sempre altrui

Francesco Ginese, rave del non mi compete, sballo della colpa sempre altrui (foto Ansa)

ROMA – Francesco Ginese è morto per le ferite e l’emorragia seguita a un tentativo di scavalcare una cancellata, una cancellata della Università La Sapienza di Roma. Pare che Ginese abbia scelto quella via per entrare perché c’era fila all’ingresso, diciamo così, pedonale. Fila per entrare all’Università? Per entrare si entrava, ma non era proprio Università. Anche se era dentro l’Università. Era la fila per entrare al rave, alla festa. Festa una tantum? No, è da tempo che spazi e locali dell’Università La Sapienza di Roma vengono di fatti adibiti a discoteca. Quando Francesco Ginese ha provato a raggiungerli i partecipanti al rave erano già tra i duemila e i tremila.

Discoteca senza autorizzazioni, senza specifiche tecniche di sicurezza, senza regole da rispettare, senza impacci e controlli e senza…Iva. Manco a dirlo il cocktail e le bevande che si consumano (e che qualcuno porta e vende) sono distribuite e pagate a nero (qualcuno di certo dirà che è auto finanziamento dell’evento!). Il resto, il no autorizzazioni, controlli e niente rispetto di nessuna normativa non è poi così sorprendente, anzi. Sono le condizioni in cui operano gran parte delle discoteche per così dire vere.

Quella in funzione con discreta regolarità all’Università La sSapienza di Roma opera appunto da tempo. Organizza rave musicali. E intorno la musica è quella di un rave del non mi compete. L’Università, il Rettorato, fa sapere che ovviamente non compete al Rettorato ciò che compete alla Guardia di Finanza o alla Polizia o ai carabinieri o ai Vigili del Fuoco. Giusto, al Rettorato non compete far rispettare misure anti incendio, spazi di sicurezza, far pagare le tasse, reprimere eventuali reati, prevenire pericoli per la salute pubblica. Questo compete agli uomini e donne nelle varie divise.

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Ma al Rettorato compete, eccome se compete, non piegarsi all’uso improprio, a dir poco improprio, di locali e spazi dell’Università. Al Rettorato compete chiamare gli uomini in divisa. Preferisce da sempre farsi canna che si piega al vento della prepotenza civile di chi si prende pezzi e spazi dell’Università pubblica per farci un rave privato. Il tutto sotto la gigantesca ipocrisia di una fantomatica volontà studentesca. Il Rettorato burocraticamente fa presente che burocraticamente ha segnalato alle autorità…Un lavarsi le mani in nome del non mi compete.

E gli uomini e donne delle divise, le autorità dell’ordine pubblico? Sanno da sempre dei rave. Ma si riparano dietro il non compete a noi quello che succede dentro l’Università. Non è vero, non è proprio vero. In realtà preferiscono non muovere un dito perché ritengono che in termini di ordine pubblico non sia un buon affare vietare o peggio sgombrare. Un non ci compete questo parente stretto della gran voglia di evitare grane.

E il supremo tutore della sicurezza e dell’ordine, sì, insomma il ministro dell’Interno Matteo Salvini? Non gli compete sapere che Polizia e carabinieri sanno da tempo dei rave (non fosse altro perché lo sanno tutti, giornali compresi). Non gli compete sapere che qualche poliziotto in borghese forse ogni tanto ci va a vedere perché è il suo lavoro. Non compete a Salvini null’altro che il ballo e lo sballo della colpa sempre altrui. E’ sempre colpa dell’altro, di qualcun altro. Salvini tuona contro il Rettore che “tollera illegalità”.

Illegalità e soprattutto pericolo sono in realtà nel caso dei rave all’Università tollerati da tutti, forze di polizia comprese, sulla base del calcolo e in ossequio alla scelta (molto nazionale in verità) di scansare grane in nome appunto del non mi compete. Il non mi compete è costume e quasi (anzi senza quasi) valore etico nazionale. Non mi compete e se colpa c’è quindi è colpa di qualcun altro. Rettore e Salvini parlano la stessa lingua, reciprocamente altercano ma nella stessa lingua declinano l’appartenenza comune alle stesse astuzie ed abdicazioni civili.

Francesco Ginese, lo sfortunato ragazzo non è morto né per colpa diretta dell’Università, tanto meno per colpa diretta di qualcuno che veste qualche divisa. La drammatica morte di Francesco Ginese è stata un incidente. Ciò non toglie che sia indecente il rave partito intorno alla sua morte, il rave del non mi compete e lo sballo della colpa sempre altrui.