Francesco Schettino in carcere si fa portare acqua di mare e se la rovescia in testa

di redazione Blitz
Pubblicato il 15 gennaio 2018 15:26 | Ultimo aggiornamento: 15 gennaio 2018 15:27
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Francesco Schettino in carcere si fa portare acqua di mare e se la rovescia in testa

ROMA – Si fa portare in carcere dai suoi familiari una bottiglietta d’acqua di mare e se la rovescia in testa, durante l’ora d’aria. Così Francesco Schettino sconta la sua pena rinchiuso nel carcere romano di Rebibbia. Anche perché il mare, quello di Meta di Sorrento, è sempre stato il suo ambiente naturale.

Erano le 21.45 di venerdì 13 gennaio 2012 quando la Costa Concordia, la nave da crociera da lui capitanata, urtò gli scogli de Le Scole davanti all’isola del Giglio (Grosseto). L’impatto fortissimo provocò una falla di circa 70 metri sul lato sinistro dello scafo. La nave si inclinò a Punta Gabbianara, su due blocchi di granito che le evitarono di precipitare a 100 metri sott’acqua. A bordo della nave da crociera, salpata da Civitavecchia per Savona, c’erano 3.216  passeggeri e 1.013 membri dell’equipaggio. Tra loro persero la vita 32 persone, 157 furono i feriti.

Nei sei anni passati da quella tragica notte, l’allora comandante Francesco Schettino, è stato condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione: da otto mesi sta espiando la sua pena in carcere. La Concordia invece non esiste più: con un’operazione mai tentata prima al mondo e durata tre anni, è stata prima ruotata, sollevata, rimessa in asse e trasferita al porto di Genova: il relitto, in 22 mesi, è stato poi demolito e i suoi materiali recuperati all’80%.

Schettino oggi si comporta da detenuto modello: sta espiando la sua colpa rinchiuso nel nuovo complesso penitenziario di Rebibbia, dove legge, fa meditazione, gioca a tennis e dice di volersi iscrivere pure all’Università. Come riporta il quotidiano Il Tirreno:

Difeso dagli avvocati Donato Laino e Saverio Sanese, entrambi del foro di Napoli, il comandante che si è meritato anche il soprannome di “capitan codardo” chiederà probabilmente i benefici previsti dalla legge per cercare di lasciarsi alle spalle le porte della cella della sezione G8 del carcere di Rebibbia e non è escluso – come ebbe a dire l’avvocato Sanese subito dopo la conferma della condanna da parte dei giudici della Cassazione – che il comandante possa fare appello alla Corte internazionale per i diritti dell’uomo di Strasburgo. Perché lui è in galera, ormai da sette mesi mentre chi era nella plancia di comando della Concordia, la notte del naufragio, è tornato a solcare il mare dopo aver patteggiato in tribunale.

 

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