La strana storia delle fusione (nucleare) fredda made in Italy: miracolo o miraggio?

di Riccardo Galli
Pubblicato il 12 maggio 2011 13:54 | Ultimo aggiornamento: 13 maggio 2011 12:15

BOLOGNA – La quadratura del cerchio, il sacro graal della scienza, la soluzione ai problemi energetici dell’uomo è stata trovata. Almeno stando a quanto annunciato da l’ingegner Andrea Rossi e dal fisico Sergio Focardi: dicono di essere riusciti a generare energia con un procedimento di fusione fredda tutto nuovo, brevettato e già pronto a passare alla fase operativa, addirittura fin dal prossimo autunno. La fusione fredda, la chimera inseguita dagli scienziati di tutto il mondo da almeno 20 anni è quindi cosa fatta. La notizia sarebbe a dir poco clamorosa, meriterebbe le prime pagine di tutti i giornali, G8 e G20 dedicati, rivoluzionerebbe la politica energetica non del nostro paese, ma del pianeta Terra tutto. Il condizionale è però d’obbligo, visti i molti annunci simili che negli anni si sono succeduti per poi rivelarsi infondati. Ma i due scienziati italiani ci credono, sono sicuri e hanno persino già brevettato la tecnica da loro inventata. Andrea Rossi sta già realizzando in America una mini-centrale elettrica della potenza di un MegaWatt basate sulle sue teorie.

Troppo bello per essere vero? Forse sì. I primi a sostenere di aver trovato la chiave di volta per dar vita ad un processo in grado di generare energia a basso costo, senza rischi e per un tempo infinito furono Martin Fleischmann e Stanley Pons: ricercatori dell’università dello Utah. Era il 1989 quando i due professori di chimica annunciarono di aver replicato in laboratorio il procedimento di fusione nucleare, quello che genera energia all’interno del Sole. Spiegarono di averlo fatto in modo controllato e a bassa temperatura; da qui il nome di fusione fredda. Fredda in senso relativo ovviamente, appena qualche centinaio di gradi, nulla se paragonato alle temperature che si raggiungono in una centrale nucleare, e in quanto tale teoricamente utilizzabile anche per ricavare energia in una centrale elettrica. Ma la fusione fredda non è facile da ottenere e, infatti, a una più attenta verifica da parte della comunità scientifica internazionale risultò che Fleischmann e Pons non erano sulla strada giusta; avevano sì ottenuto un po’ di energia, ma in quantità trascurabile. Da allora il filone di ricerca non si è però esaurito, anzi, la fusione fredda resta un miraggio per tutti gli scienziati.

Un comitato internazionale diretto dal Premio Nobel italiano Carlo Rubbia è arrivato a una conclusione netta: la fusione fredda è di per sé interessante e promette risultati, però bisogna essere molto rigorosi nella misurazione delle energie in entrata e in uscita (che alla fine è l’unico vero criterio di valutazione del successo). Da evitare come la peste la faciloneria in cui incorsero Fleischmann e Pons e in cui sono incappati, a ripetizione, anche altri team internazionali, negli anni dal 1989 in poi, nel fare annunci avventati su presunti successi nella fusione fredda, sempre sfociati in delusioni.

I due scienziati italiani si sentono molto sicuri. Hanno pubblicato i loro risultati nel Journal of Nuclear Physics: Rossi e Focardi immettono nel sistema un chilowattora di energia e ne ricavano 200 (!), il tutto operando a temperature paragonabili a quelle che si usano in cucina per cuocere un piatto di pasta. Spiega Focardi: «Gli altri ricercatori hanno mirato al risultato con l’elettrolisi, usando per lo più il palladio o il deuterio. Noi invece fondiamo nuclei di nichel e di idrogeno, ottenendo del rame e liberando energia utilizzabile». Tradotto per i comuni lettori, il nichel contenuto in un tubo metallico viene inizialmente riscaldato con l’immissione di energia, che però diventa superflua non appena la fusione è partita; da quel momento il processo si alimenta da sé, emettendo energia a sua volta, nel rapporto di 1a200. L’idrogeno viene iniettato a forte pressione nel tubo e alcuni nuclei di idrogeno vengono catturati dai nuclei di nichel; ne segue la trasformazione dell’atomo di nichel nell’elemento che ha un protone in più nella tavola periodica, cioè il rame. «L’energia così liberata – spiega ancora Focardi – può essere usata come si fa con il carbone, con il metano eccetera, per scaldare dell’acqua, e il vapore ottenuto può far girare delle turbine». «Il fatto notevole – assicura Focardi – è che non viene rilasciato neanche un neutrone. La radioattività che viene emessa è in forma di raggi gamma e si può facilmente schermare con lastre di piombo. Comunque è pochissima, pari a 1,5 volte quella naturale». Il procedimento non produce cioè alcuna scoria di quelle che fanno ticchettare i contatori Geiger.

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Della notizia si è parlato poco o nulla sino ad ora: un pezzo su La Stampa, alcune notizie in rete. Vuoi per lo scetticismo derivante da molti insuccessi di cui è costellata la storia della fusione fredda, vuoi per timore di fughe di notizie prima che il rivoluzionario precedimento fosse brevettato. Ma a prescindere da quanto si è detto e scritto su questa che sarebbe la scoperta, l’innovazione tecnologica più importante della storia umana, resta la grandezza e con lei l’incredulità nei confronti di un così marcato passo in avanti. Vero è che, verosimilmente, chi vive i grandi momenti della storia non è cosciente di farlo, ma la fusione fredda rappresenta una moderna pietra filosofale. Trasformare l’idrogeno e il nichel in energia, ottenendo come scarto il rame, senza rischi, vale oggi molto di più di quanto potesse valere in passato una formula in grado di trasformare il piombo in oro. Se la fusione fredda fosse cosa fatta eliminerebbe in un sol colpo il problema del nucleare, l’inquinamento globale, ci affrancherebbe dalla dipendenza dal petrolio e dal gas eliminando anche molte criticità nei rapporti internazionali, e garantirebbe energia pulita e a basso costo per tutti. Altro che rivoluzione copernicana, saremo di fronte all’inizio di una nuova epoca dell’oro dell’umanità. Speriamo tutti quindi che la teoria e la tecnica brevettata da Rossi e Focardi si dimostri valida, tutti tranne, forse, quei paesi che sul petrolio siedono.