G8, Massimo Pigozzi, poliziotto e stupratore: 4 donne violentate in Questura

di Redazione Blitz
Pubblicato il 1 ottobre 2013 19:52 | Ultimo aggiornamento: 1 ottobre 2013 22:58
Violenze al G8 di Genova

Violenze al G8 di Genova

ROMA – Fermava le prostitute, le portava in Questura e poi le stuprava. Una, due, tre, quattro volte. Tante quante le vittime accertate. Per questo Massimo Pigozzi, poliziotto, è stato condannato in Cassazione, e quindi in via definitiva, a 12 anni di carcere. Ma c’è di più: a pagare i danni sarà lo Stato, cioè  noi. Risarcimento perché al poliziotto è stato consentito di stuprare in Questura: nessuno ha sospettato e soprattutto nessuno ha fatto in modo che Pigozzi non avesse contatti con le persone fermate.

Non solo: il nome di Pigozzi, come scrive Il Fatto Quotidiano, esce fuori anche nella vicenda delle violenze alla caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova. L’agente è là ed è responsabile e condannato per una delle tante violenze. Prende un fermato, Giuseppe Azzolina, e gli divarica le dita di una mano fino a lacerare la carne. 25 punti suturati senza anestesia e invalidità permanente. Tutto successo 3 anni dopo gli stupri (i fatti contestati risalgono al 2005) e tutto già concluso in Cassazione con un’altra condanna. .Uno dei motivi per cui la Cassazione ha deciso che anche il Ministero dell’Interno dovrà pagare i danni. Negligenza: Pigozzi non doveva essere messo a contatto con le persone fermate.

Scrive il Fatto:

Anche su questa base i giudici hanno condannato il ministero dell’Interno a risarcire le vittime. Nelle motivazioni depositate oggi – il verdetto risale al 5 giugno – i giudici affermano che proprio dato il precedente di Bolzaneto, il Viminale non avrebbe dovuto mettere l’agente a contatto con persone fermate. Su questo punto la Cassazione ha ribaltato il verdetto della Corte di Appello che il 12 giugno 2012 aveva escluso la colpa del ministero, in quanto il “comportamento dell’imputato – per i giudici di secondo grado – non era finalizzato al raggiungimento di fini istituzionali”. Questo punto di vista non è stato condiviso dalla Cassazione che ha accolto il ricorso di una delle donne abusate che aveva chiamato in causa anche lo Stato a pagare, insieme al poliziotto, la cifra (non nota) fissata come risarcimento per gli abusi subiti nelle celle di sicurezza.