Gennaro Mokbel: “Silvio Fanella è stato ucciso per niente, era solo un ragioniere”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 24 settembre 2014 12:00 | Ultimo aggiornamento: 24 settembre 2014 12:00
L'omicidio di Silvio Fanella (foto Lapresse)

L’omicidio di Silvio Fanella (foto Lapresse)

ROMA – “Ormai fa comodo a tutti che Silvio Fanella sia ricordato come il cassiere di Mokbel, ma questo soprannome è un’invenzione pura degli investigatori e della stampa”, parola di Gennaro Mokbel, condannato a 15 anni per la maxi-frode da 2 miliardi di euro che ha coinvolto Fastweb e il gruppo Telecom.

Non un cassiere (come scrive il Messaggero c’è chi parla di “un tesoro milionario scomparso dopo la frode”) Silvio Fanella, il broker ucciso alla Camilluccia, secondo Mokbel era solo “una persona buona, generosa, altruista”. L’uomo, scrive Mokbel, “con il sorriso più solare che ricordi”. Il tesoro non c’è, insiste Mokbel.

La lettera al Messaggero:

I DIAMANTI
L’imprenditore italo-egiziano, con un passato all’ombra dei terroristi neri, oggi nega anche l’esistenza del tesoro nascosto dal clan, quello che sembra essere il principale movente del tentativo di sequestro finito male. Ne parla come di un’invenzione dei media: «Fanella non nascondeva nessun fantomatico tesoro – scrive Mokbel – É vero, alla sua morte sono stati trovati dei soldi e dei diamantini, ma se i media conoscessero un decimo delle carte processuali saprebbero bene che ciò che gli è stato trovato era emerso ampiamente dal dibattimento». In realtà pochi giorni dopo l’omicidio, i carabinieri del Ros insieme agli uomini della Squadra mobile trovarono in un’abitazione di Fanella in provincia di Frosinone un vero e proprio tesoro fatto di diamanti, denaro e orologi preziosi. Un bottino da diversi milioni di euro che secondo gli inquirenti sarebbe almeno parte del famigerato tesoro.
LA DIFESA
Mokbel però non ci sta a far passare il suo fido collaboratore per il tesoriere occulto della banda. Lo descrive tutt’al più come un «ragioniere» prestato al gruppo, ignaro dei traffici illegali. E si profonde in un ritratto agiografico del vecchio collaboratore: «Silvio era molto malato – scrive Mokbel – per cui conosceva la sofferenza del dolore fisico, per due anni ha devoluto gran parte dei suoi guadagni a un convento e potrei andare avanti ininterrottamente descrivendo ciò che lui faceva per il prossimo. Ma ormai a tutti fa comodo che sia ricordato come il mio cassiere».