Genova. Giovanni Berneschi: squestrati 1/5 pensione (8 mila € su 40) e 20 milioni

Pubblicato il 1 novembre 2014 9:22 | Ultimo aggiornamento: 1 novembre 2014 9:27
Genova. Giovanni Berneschi: squestrati 1/5 pensione (8 mila € su 40) e 20 milioni

Giovanni Berneschi in mezzo alle guardie. Sequestrati 20 milioni e un quinto della pensione

GENOVA – A Giovanni Berneschi è stato sequestrato il quinto della pensione. Essendo di 40 mila euro al mese lordi o 25 mila netti, qualcosa da vivere gli resterà, pur tenendo conto del contributo di solidarietà. Così Giovanni Berneschi è precipitato da padre padrone di Carige, la banca dominatrice di Genova, a pensionato con il quinto della pensione sequestrato.

Matteo Indice, sul Secolo XIX di Genova, dà notizia del sequestro, con l’aggiunta che

“sono in tutto 80 i milioni bloccati a una decina d’indagati nella maxi-inchiesta sulla Carige dell’era Berneschi”

di cui 20 milioni al solo Berneschi, assai poco rispetto al disastro della banca, trasformata in una specie di bancomat per i politici della Liguria e in particolare per gli ex comunisti, ma, come dicono a Genova. Come ha scritto Matteo Indice,

“si materializza l’ultimo contrappasso per l’ex padre-padrone dell’istituto genovese. Perché gli inquirenti, dopo avergli fatto da tempo congelare oltre venti milioni di euro, hanno chiesto e ottenuto che gli venga sequestrato anche un quinto della pensione.

In precedenza, va ricordato, lo stesso Berneschi aveva disposto che metà del vitalizio fosse versato al figlio Alberto, a sua volta sospeso (e poi dimessosi) da Carige nei giorni del polverone, quando si era scoperto che una sua società affittava immobili proprio alla Cassa di risparmio. Giovanni Berneschi, nel corso d’uno degli interrogatori sostenuti negli ultimi mesi, aveva inoltre precisato che il suo assegno è di circa 25 mila euro netti al mese (40 mila lordi). E quindi il 20% se ne va adesso al Fondo unico di giustizia, cui è virtualmente delegata la custodia dei beni requisiti dalla magistratura.

Secondo gli inquirenti sempre Berneschi e Ferdinando Menconi (ex numero uno del ramo assicurativo) facevano comprare a prezzi spropositati – scatta così l’accusa di truffa – quote e società dall’immobiliarista Ernesto Cavallini, di cui erano in realtà complici. Poi, insistono i pubblici ministeri Nicola Piacente e Silvio Franz, si spartivano la “cresta” e la reinvestivano in Svizzera – accusa di riciclaggio – attraverso varie aziende-schermo create con la regia del commercialista Andrea Vallebuona, la collaborazione dell’avvocato svizzero Davide Enderlin e di prestanome fra i quali la nuora Francesca Amisano e il faccendiere Sandro Maria Calloni”.