Giovanni Guarascio, si diede fuoco per evitare sfratto: la casa alla vedova

di Redazione Blitz
Pubblicato il 3 marzo 2014 18:41 | Ultimo aggiornamento: 3 marzo 2014 18:42
Giovanni Guarascio

Giovanni Guarascio

RAGUSA – La casa per la quale l’operaio Giovanni Guarascio si era dato fuoco, per evitare lo sfratto, alla fine è stata affidata alla vedova dell’uomo. La Procura di Ragusa ha infatti sequestrato la casa di Guarascio, il muratore di 64 anni che il 14 maggio 2013 si diede fuoco a Vittoria per evitare lo sfratto dalla abitazione. L’uomo morì 7 giorni dopo. L’immobile è stato affidato in custodia con facoltà d’uso alla vedova. Il decreto è stato adottato dal procuratore di Ragusa, Carmelo Petralia, che coordina l’inchiesta su procedura e messa all’asta della casa. La procura infatti ha riscontrato alcune irregolarità nella procedura. Tre gli indagati per turbata libertà degli incanti, estorsione e falsità ideologica. 

La casa era stata venduta all’asta e Giovanni Guarascio si diede fuoco il 14 perché privato dell’immobile non aver onorato un debito con una banca. La proprietà, che era passata a Orazio Sciagura, è stata adesso affidata in custodia, in via provvisoria, e con facoltà d’uso alla vedova del muratore, Giorgia Famà, che dal giorno della tragedia, assieme alle sue due figlie, non ha lasciato la casa di via Brescia a Vittoria. Le indagini delle Fiamme gialle, avviate per accertare eventuali irregolarità nell’iter di aggiudicazione all’asta dell’immobile, si legge una nota degli investigatori, avrebbero permesso di individuare “numerose e vistosissime anomalie nella procedura svolta dal professionista delegato dal giudice per l’esecuzione ai fini dell’aggiudicazione dell’immobile”.

Oltre al decreto di sequestro preventivo, la guardia di finanza e la Procura di Ragusa stanno valutando anche la posizione dei professionisti che a vario titolo sono intervenuti nella transazione allo scopo di verificare responsabilità, oltre che amministrative, anche di carattere penale. I reati ipotizzati nei confronti di tre indagati sono, a vario titolo, di turbata libertà degli incanti, estorsione e concorso in falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici. Il procuratore Petralia ha delegato altre indagini alla guardia di finanza per “acquisire altri elementi di riscontro utili per la definizione della vicenda”.