Brindisi. Vantaggiato confessa, non convince e smentisce: “Movente? Non si sa”

Pubblicato il 7 Giugno 2012 9:51 | Ultimo aggiornamento: 7 Giugno 2012 13:14

BRINDISI – “Sono stato io. Ho preparato io la bomba”. Ha confessato, ma non convince: che sia proprio lui, Giovanni Vantaggiato, il presunto assassino della scuola è credibile, riscontri  e ammissioni di responsabilità sono elementi decisivi. Ma credere che abbia rischiato di fare una strage fra gli studenti dell’Istituto Morvillo-Falcone per vendicarsi di una sentenza ingiusta è molto più complicato. Tanto che anche lui poi smentisce: “Ho fatto tutto da solo, non so perché. Ho fatto esplodere la bomba di giorno, perché di notte non c’era nessuno. ‘Ho avuto un colpo di testa, che volete fare?”. Intanto Vantaggio è stato fermato e gli viene contestato il reato di strage in concorso aggravata da finalità di terrorismo.

Il procuratore distrettuale anti-terrorismo di Lecce Cataldo Motta non è convinto del primo movente emerso. Vantaggiato, 68 anni, gestisce un deposito di carburanti vari, appunto gas di petrolio liquefatto ed altri carburanti per mezzi agricoli. L’assassino ha utilizzato tre bombole di gas per l’attentato, coincidenza importante. Figura e complessione sono compatibili con il video. Si è contraddetto più volte. Lasciare il telefonino a casa durante l’attentato non è servito: il telefono è stato agganciato dalle celle dei ripetitori nella zona della scuola durante il suo sopralluogo. Anche utilizzare due auto diverse per sopralluogo e attentato non è servito: in garage gli inquirenti avevano annotato la presenza sul luogo del delitto della Punto e della Hyunday.

C’è poi la confessione. Ma il movente no, non regge, troppo assurda la storia della vendetta per una truffa subita associata a una possibile strage di alunni adolescenti. L’uomo fermato “ha confessato durante l’interrogatorio – ha detto il procuratore ai giornalisti – la confessione non è soddisfacente, per cui le indagini comunque continueranno per completare il quadro investigativo”. Quanto al movente ” è uno degli aspetti – ha detto Motta – che non convince, non lo sa dire. Mentalmente sta bene. Ha ammesso la propria partecipazione ma per quanto riguarda il resto non è convincente”.

D’altronde Cataldo Motta, la cui linea di investigazione è stata clamorosamente sconfessata dagli eventi, ha sempre creduto in una matrice diversa, lui ci vede la mano di terroristi, mafiosi o di altra natura non si sa. Eppure il procuratore di Brindisi Di Napoli l’aveva detto dall’inizio. Aveva convocato una conferenza stampa subito a ridosso dell’attentato per spiegare che, secondo lui, si trattava di un  gesto isolato, dell’azione di un uomo che agì da solo. Fu un putiferio. Di fronte a una ragazza uccisa barbaramente, a cinque feriti e altre vittime in lotta tra la vita e la morte,  davanti al potenziale massacro di giovani innocenti e inermi, l’opinione pubblica scossa non poteva accontentarsi del gesto assassino di un pazzo. A Di Napoli fu tolto il caso.

Le indagini sono state condotte da allora a Lecce, alla Procura distrettuale anti-terrorismo. I fatti stanno dando ragione a Di Napoli, nonostante i dubbi e le perplessità di Cataldo. Il capo della Polizia Manganelli, già informato della piega che avrebbe preso di lì a poche ore l’inchiesta, già ieri mattina ha voluto escludere categoricamente matrici diverse e inverosimili: non la mafia che non ha più lo stessa capacità intimidatoria, non le Br e nemmeno gli anarchici, ipotesi davvero senza senso. Non la Sacra Corona Unita, visto che i detenuti affiliati si erano affrettati a inviare condoglianze ai parenti delle vittime per allontanare dall’organizzazione anche solo il sospetto di un’azione del genere. Non una vendetta contro il preside della scuola che, chissà perché, si era fatto costruire una porta blindata. Certamente non è stato il povero signore somigliante pericolosamente al tizio del video: un mostro sbattuto in prima pagina anche per qualche improvvida fuga di notizie prima che gli accertamenti del caso avessero luogo.

E allora bisogna “accontentarsi” di una verità, che se accertata, è la verità di un pazzo criminale? Gli avevano rubato più di trecentomila euro, è vero, e ai truffatori il tribunale non ha fatto granché e nemmeno ha rivisto i soldi. La sentenza era arrivata giusto 30 giorni prima dell’attentato.  Ma per questo uno piazza tre bombole di gas non davanti al Palazzo di Giustizia, il bersaglio della vendetta, ma duecento metri più avanti, dove c’è appunto una scuola? A questo punto, a conclusione dell’udienza di convalida del fermo, è presumibile che il gip di Lecce emetta ordinanza di custodia cautelare nei confronti del presunto responsabile dell’attentato e contestualmente dichiari l’incompetenza della magistratura di Lecce e la trasmissione del fascicolo giudiziario a Brindisi per il prosieguo dell’attività giudiziaria.

Se, però, nel corso dell’inchiesta emergesse un coinvolgimento di magistrati di Brindisi quali parte lese – come lascerebbe prefigurare uno dei possibili moventi ipotizzati, cioè la vendetta contro una sentenza – l’inchiesta prenderebbe la strada di Potenza, competente per i procedimenti nei quali sono coinvolti magistrati in servizio nel distretto della Corte d’Appello di Lecce (di cui Brindisi fa parte). Per il momento, mentre preghiamo che anche la ragazza che versava in condizioni più gravi si ristabilisca, non può essere sufficiente l’amara soddisfazione di poter chiamare, dalle prime pagine di alcuni giornali, il presunto autore dell’omicidio di Melissa Bassi, il bombarolo “bastardo” e “infame”.