Giuseppe Ciarrapico è morto. L’imprenditore aveva 85 anni

di Redazione Blitz
Pubblicato il 14 aprile 2019 10:08 | Ultimo aggiornamento: 14 aprile 2019 12:58
Giuseppe Ciarrapico è morto. Aveva 85 anni

Giuseppe Ciarrapico è morto. Aveva 85 anni

ROMA – E’ morto Giuseppe Ciarrapico. Aveva 85 anni.  L’imprenditore, ex senatore Pdl ed ex presidente della Roma, si è spento a Roma nella clinica “Quisisana”.

Nato a Roma il 28 gennaio 1934, ha legato il suo nome numerose vicende della prima repubblica. Imprenditore e politico, è stato vicino alla corrente andreottiana. Ciarrapico mediò anche  tra Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti per quello che passò alla storia come il “Lodo Mondadori”.

È stato senatore nella sedicesima legislatura con il Popolo della Libertà e presidente della Roma calcio dal 1991 al 1993. L’imprenditore romano era gravemente malato da tempo. Le sue condizioni erano peggiorate nell’ultimo periodo.

Ciarrapico ebbe un ruolo decisivo nella guerra politica e editoriale fra Silvio Berlusconi da una parte e Carlo Caracciolo e Carlo De Benedetti dall’altra.

Fu grazie a Ciarrapico che Repubblica e l’ex Gruppo Espresso furono sottratti a Berlusconi. Fu il Lodo Mondadori, sottoscritto a Milano il 29 aprile 1991.

I raffinati e sussiegosi di Repubblica non hanno mai amato riconoscere il merito del Ciarra, andreottiano, fascista, piccolo è grasso. A loro Dio gliela ha data e guai a chi gliela tocca.

Per fortuna loro c’era Carlo Caracciolo, fondatore e architetto del Gruppo. Caracciolo era tra i pochi esseri umani nella storia di ieri e di domani a rifiutare l’ovvio. Così nel passato aveva stretto amicizia con Ciarrapico quando nemmeno gli uscieri di via Po gli davano il buon giorno. 

Berlusconi si era impadronito del Gruppo Espresso con un colpo di mano su cui poi sentenziò la Magistratura.

L’Espresso era la chiave per il controllo di Repubblica che all’epoca vendeva fino a 700 mila copie (oggi sono 140). 

Le azioni di Repubblica erano divise in parti uguali fra i due editori che ne avevano finanziato la nascita, Espresso e Mondadori.

Nel 1989 Caracciolo e Scalfari avevano venduto a Mondadori il controllo dell’Espresso, tale che tutto il capitale di Repubblica era dentro la Mondadori.

Berlusconi aveva attorno al 20% della Mondadori. Tutto indicava però in Carlo De Benedetti il prossimo azionista di controllo. Invece in dicembre, poco dopo la caduta del muro di Berlino e la morte di Ceausescu, Berlusconi annunciò che il padrone era lui.

Le vicende che intercorsero fra l’aprile e il dicembre del 1989 meriterebbero un lungo e anche divertente racconto, se mai interessasse a qualcuno nella terra degli oblii.

Direttore di Repubblica era Eugenio Scalfari, che l’aveva fondata. Il sogno di Berlusconi era una scuderia di direttori in cui a Indro Montanelli, mitico ma poco influente sulla ormai dominante sinistra, affiancare Scalfari.

Il disegno di Berlusconi era di usare Repubblica come una clava e Scalfari come mazziere per ottenere dal Parlamento una legge che sanasse la assoluta illegalità del suo network tv.

Il disegno tale è poi rimasto, a prescindere dalla volontà di Scalfari di prestarsi o meno, perché Berlusconi non conservò Repubblica. In compenso si fece un partito, Forza Italia, vinse le elezioni e la legge se la fece da solo.

Sollecitato da Caracciolo, Ciarrapico, che godeva della fiducia dell’allora premier Giulio Andreotti, si mise in mezzo. Il risultato fu che Berlusconi, sempre fuori legge fino alla Gasparri per le sue televisioni, fu costretto a mollare Repubblica, quotidiani locali e radio tenendosi solo la Mondadori.

Come spiegò a suo tempo Paolo Madron sul Sole 24 Ore, Andreotti non avrebbe mai consentito una tale concentrazione di potere editoriale che avvantaggiava in quel modo Craxi, al quale Berlusconi era organicamente legato.

Dopo 20 mesi di guerre e guerriglie legali passate alla micro storia italiana come la guerra di Segrate, entra in scena Ciarrapico.

Era il febbraio-marzo del 1991, ha ricordato anni dopo, intervistato da Maurizio Tortorella per Panorama:
“Ero andato a casa del mio amico Caracciolo, per una delle tante colazioni che facevo con lui. E lì trovai alcuni uomini di De Benedetti: Corrado Passera e l’avvocato Vittorio Ripa di Meana. Dibattevano della Mondadori. Gli dissi: a me pare che state a fare la guerra della Secchia rapita…”.
La proposta arrivò qualche giorno dopo, da Caracciolo: “Risposi però che me ne sarei occupato soltanto se avessi ricevuto l’approvazione da tutti coloro che erano coinvolti. E aggiunsi che la pretendevo per iscritto.
“Nel giro di qualche giorno, ottenni il via libera da tutte le parti: Caracciolo, De Benedetti, Berlusconi, Ripa Di Meana… e perfino da Eugenio Scalfari, che allora era il direttore di Repubblica. Ricordo che venni letteralmente invaso da lunghi telex. Ma fu soltanto quando ebbi incassato l’accordo di tutti che accettai quel compito.
“Ci fu un incontro a Verona. Caracciolo arrivò con Passera e con un furgoncino zeppo di documenti. Chiesi: e con questi che ci dovrei fare? Risposero: qui dentro c’è tutto; quanto deve uno, quanto deve l’altro… Non li guardai nemmeno.
“Entrai in una cartoleria, lì a Verona, e comprai un quaderno a quadretti.
“Divisi ogni pagina con un frego a penna e spiegai: da una parte mettiamo le valutazioni degli asset dell’uno, e dall’altra le valutazioni dell’altro. Fu un lavoro che durò tre mesi, con l’affettuosa vicinanza di Caracciolo. Da arbitro, cenavo una sera ad Arcore e una sera in via Ciovassino, dove era la sede della Cir di De Benedetti”.
Per i due Carlo fu una grande vittoria. E lo spiegò bene lo stesso Caracciolo…
A un suo compleanno, nell’ottobre di qualche anno dopo. Fece una bella festa al castello di Torrecchia, a sud di Roma. C’erano De Benedetti e molti protagonisti dell’accordo. Sicuramente non Berlusconi. Ma c’era anche Guido Rossi, cui durante la trattativa era stato chiesto un parere tecnico. Durante il pranzo, Caracciolo incaricò me di fare il brindisi. L’Ingegnere si era offerto, ma lui non l’amava tanto: lo chiamava per sigla, «Cdb»…

 

Alla fine prese la parola Caracciolo e pronunciò questa frase: «A Giuseppe Ciarrapico gli amici di Repubblica dovrebbero innalzare un monumento e collocarlo all’ingresso del giornale». Aveva ragione, il mio amico: avevo evitato che il giornale cambiasse padrone. E pensare che invece quelli oggi scrivono che sono un autore di truffe. Incredibile.
In occasione della sua morte, su Repubblica Gabriele Isman ha scritto:
 
Giuseppe Ciarrapico era gravemente malato da tempo.Classe 1934, dal 2008 al 2013 senatore per il Popolo della Libertà, Ciarrapico è stato imprenditore – nella sanità, nell’editoria, tra gli altri campi – e presidente della As Roma tra il 1991 e il 1993. Dichiaratamente simpatizzante del fascismo – nel 2001 partecipò ai funerali di Massimo Morsello, tra i fondatori di Forza Nuova – fu vicino a Giulio Andreotti e la sua mediazione, sollecitata da Carlo Caracciolo, tra Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti fu determinante per il lodo Mondadori. Proprietario delle terme di Fiuggi, era detto il Re delle acque minerali: nella cittadina laziale inventò anche un premio internazionale dove riuscì a portare persino Michail Gorbaciov, come ha ricordato all’Adn Kronos Stefano Andreotti, figlio del sette volte presidente del Consiglio democristiano: “Non lo definirei un amico di famiglia, ma sicuramente ebbe un rapporto cordialissimo con mio padre, che sicuramente sarebbe molto addolorato per la sua morte. Era una persona vulcanica”.

Nel ricordo di Stefano Andreotti torna l’attività di Ciarrapico “nel campo della sanità, con la gestione di case di cura molto apprezzate, che mio padre scelse sempre quando dovette sottoporsi ad interventi molto seri”. E qui c’è spazio anche per il ricordo di un episodio tragico: “Mio padre era ricoverato a Villa Stuart nello stesso periodo in cui si suicidò Alighiero Noschese e raccontava sempre di aver udito quello sparo nella notte”.

Poi il calcio: “Da tifoso laziale -dice Stefano Andreotti- non conosco molto quella vicenda, ma penso che mio padre non lo costrinse ma certo lo convinse a prendere la proprietà della società”.

Ciarrapico fu anche editore: la sua azienda di Cassino stampò libri e fascicoli a sfondo revisionista sul fascismo e in particolare della Repubblica Sociale Italiana sotto i tipi, della Ciarrapico Editore, a cui collaboravano tra gli altri Marcello Veneziani, che fu direttore editoriale, e, negli anni Settanta, il giornalista Guido Giannettini. “E’ stato uno dei primi e dei pochi – racconta Gianfranco Fini  – che negli anni Settanta e ancor prima ha dato vita ad un’editoria di destra, sempre convinto delle sue idee e senza alcun tentennamento”. Più recentemente ha controllato numerosi quotidiani locali, tra i quali Ciociaria Oggi, Latina Oggi e Nuovo Oggi Molise, che fanno capo a due società editoriali: Nuovo Oggi srl, ed Editoriale Oggi srl.

A Roma è stato tra l’altro proprietario della clinica Villa Stuart, della Casina Valadier, del bar Rosati in piazza del Popolo. Diverse le disavventure giudiziarie, il suo vitalizio da parlamentare era stato anche sospeso dal Senato nel 2015 per le condanne penali.