Giuseppe Gulotta, 22 anni in carcere da innocente. Chiede 66 milioni allo Stato e ai Carabinieri

di Redazione Blitz
Pubblicato il 25 gennaio 2019 17:19 | Ultimo aggiornamento: 25 gennaio 2019 17:19
Giuseppe Gulotta, 22 anni in carcere da innocente. Chiede 66 milioni allo Stato e ai Carabinieri

Giuseppe Gulotta, 22 anni in carcere da innocente. Chiede 66 milioni allo Stato e ai Carabinieri (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Per 22 anni si è professato innocente, senza che nessuno gli desse mai ascolto. Oggi Giuseppe Gulotta, 60 anni e più di un terzo della vita trascorso dietro le sbarre, chiede 66 milioni di risarcimento allo Stato e all’Arma dei per aver scontato ingiustamente i migliori anni della sua vita in carcere.

Gulotta fu vittima di un clamoroso errore giudiziario: fu accusato di quella che è tristemente nota come la Strage di Alcamo, avvenuta il 26 gennaio del 1976. Quella notte due giovani carabinieri vennero trucidati mentre dormivano nella caserma di Alcamo Marina (Trapani). Arrestato e condannato all’ergastolo, quando aveva appena 18 anni, Gulotta fu assolto solo nel 2016 dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria, dopo una lunga battaglia giudiziaria e 22 anni in carcere da innocente.

La strage di Alcamo è tuttora un mistero irrisolto e i veri colpevoli non sono mai stati assicurati alla giustizia. Con l’assoluzione i giudici gli riconobbero un risarcimento di 6 milioni e mezzo di euro, con una provvisionale, cioè un anticipo, di 500 mila euro. “I giudici stabilirono che la confessione venne estorta e gli venne riconosciuto un risarcimento di sei milioni e mezzo di euro”, ha spiegato all’Adnkronos l’avvocato di Gulotta, Baldassare Lauria.

Ma è il ragionamento della Corte, “possono liquidare soltanto l’indennizzo per i giorni che Gulotta ha espiato in maniera indebita”. “A ben vedere – spiega ancora il legale – il giudice se gli portano un verbale falso sbaglia ma non è colpa sua. Compie un errore solo perché altri hanno fatto qualcosa che non dovevano”. Gulotta che all’epoca lavorava come muratore, fu prelevato una mattina di febbraio dai carabinieri e portato in caserma: lo legarono legato mani e piedi a una sedia, lo picchiarono e minacciarono per oltre dieci ore. Alla fine, pur di porre fine a quell’incubo, si decise a confessare quello che i carabinieri gli contestavano. Ed è questo il secondo pilastro su cui si poggia la richiesta risarcitoria. “L’Italia nel 1984 firmò la convenzione di New York per la prevenzione della tortura – spiega ancora l’avvocato – in cui si impegnava a codificare il reato e, quindi, a predisporre una serie di strumenti per prevenirla. Ma è stato codificato soltanto nel 2016, cioè, a una distanza siderale rispetto all’84. Nelle more è intervenuta anche la Corte europea dei diritti dell’uomo in merito ai fatti di Genova, condannando l’Italia per non aver previsto strumenti di prevenzione e il reato di tortura”. Gulotta oggi chiede che a risarcirlo siano due soggetti. L’Arma dei carabinieri e la Presidenza del Consiglio dei Ministri in quanto rappresentante dello Stato che ha omesso di adempiere agli ordini internazionali”.