Giuseppe Uva, Cassazione assolve definitivamente poliziotti e carabinieri

di Daniela Lauria
Pubblicato il 9 Luglio 2019 8:34 | Ultimo aggiornamento: 9 Luglio 2019 8:34
Giuseppe Uva, Cassazione assolve definitivamente poliziotti e carabinieri

Giuseppe Uva, Cassazione assolve definitivamente poliziotti e carabinieri

ROMA – Assolti in via definitiva i sei poliziotti e i due carabinieri a processo per la morte di Giuseppe Uva. La Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d’Assise d’Appello che a maggio dello scorso anno aveva scagionato gli 8 imputati con formula piena “perché il fatto non sussiste”. Uva, operaio di 43 anni è morto in ospedale a Varese il 15 giugno del 2008, dopo essere stato portato in caserma a seguito di un controllo. Del caso si è molto parlato, insieme a quelli di Stefano Cucchi e di Federico Aldrovandi, morti dopo essere stati fermati dalle forze dell’ordine. Per la morte di Uva, carabinieri e poliziotti erano stati accusati di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona.

Il ricorso era stato depositato dalle parti civili e dalla Procura di Milano che aveva chiesto condanne fino a tredici anni di reclusione per gli uomini in divisa. Anche il Pg della Cassazione Tomaso Epidendio, nella sua requisitoria, aveva chiesto di riaprire il processo. Tra un mese circa si conosceranno le motivazioni del verdetto della Suprema Corte. “Una sentenza sbagliata rimane sbagliata anche se confermata in Cassazione. Andremo davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo”, ha detto Fabio Ambrosetti, avvocato di parte civile dei familiari di Uva. “Sono profondamento addolorato, veramente profondamento addolorato. Speravo di non avere questa notizia”, ha commentato anche l’avvocato Fabio Anselmo, storico legale di Ilaria Cucchi che a sua volta si è detta “addolorata”.

Soddisfatti invece gli avvocati Fabio Schembri e Luigi Marsico, difensori di alcuni imputati anche se, dicono, “non ci aspettavamo che il Procuratore generale chiedesse l’annullamento della sentenza di assoluzione. La vicenda è comunque chiusa ed è stato stabilito che carabinieri e poliziotti agirono rispettando le regole del nostro ordinamento”. Ad avviso del pg milanese Gaballo, invece, la condotta degli imputati sarebbe stata “inequivocabilmente la condizione necessaria” che ha portato alla morte di Uva, mentre nel verdetto di proscioglimento i magistrati di secondo grado scrivevano che non è possibile sostenere il “nesso causale” tra il comportamento di agenti e carabinieri e la morte dell’operaio.

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In Cassazione la Procura milanese, senza successo, ha insistito nel sottolineare che se gli “imputati non avessero operato al di fuori dei loro poteri, il signor Uva sarebbe tornato a casa e, non subendo alcun trattenimento contro la sua volontà, ammanettato e consapevole dell’ingiustizia che stava subendo, non si sarebbe agitato, non sarebbe stato portato in ospedale – in preda a una fatale tempesta emotiva – non gli sarebbero stati somministrati farmaci e con ogni probabilità sarebbe ancora vivo”.

In base alle indagini, Giuseppe Uva fu fermato a Varese, in Via Dandolo in pieno centro, la notte tra il 13 e il 14 giugno 2008 da due militari mentre stava spostando, con un amico, delle transenne di un cantiere in mezzo alla strada e rovesciando cassonetti. Fu trattenuto per alcune ore in caserma, e secondo l’amico che era con lui, Alberto Bigioggero, Uva fu vittima di un pestaggio e poi venne trasportato in ospedale a Circolo e sottoposto a trattamento sanitario: qui morì la mattina successiva per arresto cardiaco.

Nel ricorso in Cassazione il Pg di Milano ha contestato anche l’assoluzione dal reato di sequestro di persona contestato agli imputati in quanto la Corte d’Assise d’Appello avrebbe “travisato i fatti”, e avrebbe “erroneamente ritenuto” che “la privazione della libertà di Uva potesse essere legittimata dal dovere di impedire che i reati venissero portati a compimento”. Il 31 maggio del 2018 la Corte d’Assise d’appello di Milano aveva assolto tutti, alleggerendo ulteriormente anche la posizione dei due carabinieri ai quali era stata estesa la formula di assoluzione “perché il fatto non sussiste” già concessa agli altri imputati fin dal primo grado.