Cronaca Italia

Graziano Mesina, grazia revocata: condannato a 30 anni di carcere

Graziano Mesina, grazia revocata: condannato a 30 anni di carcere

Graziano Mesina, grazia revocata: condannato a 30 anni di carcere (Foto Ansa)

CAGLIARI – Grazia revocata per Graziano Mesina: l’ex primula rossa del banditismo sardo è stato condannato a 30 anni di carcere.

Quando il Presidente della Repubblica gli concesse la grazia nel 2004, Graziano Mesina, classe 1942, aveva già maturato oltre 40 anni di carcere. Venne arrestato la prima volta nel 1956: aveva solo 14 anni, finì in carcere per il possesso di un fucile rubato. Da allora una rapida ascesa criminale fino al vertice del banditismo sardo.

La condanna più pesante, a 24 anni, gli era stata inflitta per un omicidio. Poi, una serie di evasioni rocambolesche e altre condanne minori, ne avevano fatto il detenuto italiano con la maggiore pena scontata. Oggi quella grazia che gli aveva permesso di tornare un uomo libero, è stata spazzata via, “revocata”, come cita la sentenza, dai giudici della prima sezione penale del Tribunale di Cagliari che oggi lo hanno condannato a 30 anni per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga.

Con lui è stato condannato a 16 anni anche l‘avvocato Corrado Altea, sospeso dalle funzioni forensi, ritenuto dalla Direzione distrettuale antimafia uno dei suoi complici principali.

L’ex primula rossa del banditismo sardo era stato arrestato in un maxi-blitz dei carabinieri il 10 giugno 2013 con altre 24 persone. Quasi tutte sono già state condannate, sia in primo che in appello, al termine dei processi con rito abbreviato.

Graziano Mesina aveva invece scelto, assieme ad altri imputati, la via del dibattimento. Detenuto da tre anni nel carcere nuorese di Badu’e Carros, Grazianeddu si è sempre detto estraneo alle accuse, ma le indagini potevano contare su centinaia di intercettazioni, pedinamenti e riscontri. L’inchiesta della Dda di Cagliari si era focalizzata sulle attività di due presunte associazioni a delinquere: una con base a Orgosolo e l’altra nel cagliaritano, ambedue, secondo l’accusa, capeggiate da Mesina e specializzate nel traffico di droga con la Lombardia.

Ma non solo. Durante il processo sono emersi alcuni indizi che farebbero ipotizzare anche il tentativo della banda orgolese di preparare altri reati: come ad esempio un sequestro di persone o altre importanti attività criminali tra Oristano e Sassari. Contestazioni non presenti, però, nel dibattimento che si è concluso oggi.

“Questa vicenda – aveva sottolineato nella sua requisitoria il pubblico ministero, sollecitando ai giudici la condanna a 26 anni di carcere – ci rivela che detenzioni anche di decenni, come nel caso di Graziano Mesina, non cessano la capacità di delinquere”.

Immediata era arrivata la replica dell’imputato: “Il pubblico ministero sta chiedendo per me la pena di morte, aveva ribattuto. Non si dica che in Italia non c’è, perché se mi danno oltre i sei mesi, qualsiasi condanna equivale ad un ergastolo. Dunque la pena di morte”.

Alla fine lunedì 12 dicembre è arrivata la sentenza, dopo tre ore di camera di consiglio, che ha condannato Mesina a trent’anni di reclusione, spazzando via anche la grazia concessa dodici anni fa.

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