I laureati italiani diminuiscono sempre di più, ultimi in Europa

Pubblicato il 7 Aprile 2010 16:54 | Ultimo aggiornamento: 7 Aprile 2010 16:54

L’Italia è sempre in fondo alla classifica dei laureati d’Europa. Solo il 17% della popolazione tra i 24 e i 34 anni ha conseguito una laurea, percentuale che scende al 9% se si prende in considerazione la fascia di età tra i 55 e i 64 anni. Confronto negativo con il resto d’Europa, dove la media è rispettivamente del 33 e del 19 per cento.

Secondo gli ultimi dati dell’Ocse abbiamo meno laureati del Cile e siamo sullo stesso livello di Brasile, Turchia, Repubblica Ceca e Slovacchia. La disoccupazione giovanile aumenta e con essa lo squilibrio tra domanda e offerta. Secondo gli industriali nelle università c’è un difetto di programmazione delle lauree: «Quello che non funziona da noi non è la quantità ma la qualità dei laureati e soprattutto la tipologia del corso di studi scelto – sostiene Claudio Gentili, direttore Education di Confindustria – Mentre le industrie italiane raddoppiavano i loro tecnici, scuola e università dimezzavano la loro offerta di diplomati tecnici e laureati tecnico scientifici. Il vero problema italiano potrebbe essere definito “genericismo”. In terza media, indecisi tra classico e tecnico a indirizzo elettronico si sceglie lo scientifico. Poi, finito il liceo, indecisi tra Filosofia medievale e Ingegneria elettronica, si sceglie Scienze della Comunicazione. Occorre correre ai ripari. Con un maggiore e più efficace orientamento sin dalla Scuola Media. E con una maggiore informazione sugli sbocchi occupazionali che le diverse tipologie di laurea offrono».

«Sulla base dei dati Unioncamere-Excelsior 2009, la carenza di profili tecnico-scientifici – continua Gentili – è quantificabile in oltre quindicimila unità». Il mancato incontro fra domanda e offerta ha alle spalle molteplici cause. Ci sono profili in eccesso e profili carenti. Il settore giuridico, per esempio, è strasaturo.

«Ogni anno sforniamo 20 mila laureati in Giurisprudenza, ma l’attività forense ne assorbe al massimo sei-settemila l’anno – sostiene Guido Fiegna, membro del Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario – Ne conseguono frustrazioni e danni pesanti, in termini sociali e individuali. Siamo il Paese al mondo con il maggior numero di avvocati! Non funziona l’orientamento. Non possiamo impedire a un giovane di iscriversi a Scienze della Comunicazione o a Legge, ma se non ne abbiamo bisogno dovremmo disincentivarli facendogli pagare più tasse. Di contro, bisognerebbe abbassare i contributi dei giovani che decidono di iscriversi alle facoltà scientifiche. E comunque, attenti a non far passare l’idea che la laurea non serve. Se i diciannovenni disertano le università, se la disaffezione cresce, il Paese non si riprende più».