Imane Fadil, no veleni comuni (arsenico) in corpo. Ma radioattività ancora possibile

di Alberto Francavilla
Pubblicato il 17 marzo 2019 16:22 | Ultimo aggiornamento: 18 marzo 2019 8:27
Imane Fadil, esclusi veleni comuni (arsenico) e leptospirosi. Ma radioattività ancora possibile

Imane Fadil, no veleni comuni (arsenico) e leptospirosi. Ma radioattività ancora possibile (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Imane Fadil non aveva in corpo i veleni più comuni (quelli in commercio). La ragazza marocchina è risultata negativa anche ai test sull’arsenico, e non aveva la leptospirosi. Quindi Imane, una delle teste chiavi del processo Ruby, morta si ipotizza per avvelenamento lo scorso 1 marzo all’Humanitas di Rozzano, che aveva veramente? I risultati delle cartelle cliniche (ora in mano alla Procura di Milano che indaga per omicidio volontario) escludono la presenza delle sostanze maggiormente indiziate. Le analisi per appurare al presenza di veleni sono state svolte dal Centro Antiveleni di Niguarda e per la leptospirosi dalla stessa Humanitas. A parlare di avvelenamento era stata la stessa Fadil ai medici che la stavano curando.

Secondo quanto ricostruito, gli esami per la leptospirosi sono stati effettuati all’Humanitas, l’ospedale dove la modella di 34 anni di origini marocchine si trovava in condizioni gravi. Quando lei, non molti giorni dopo il ricovero, raccontò ai medici di vivere in una cascina in campagna dove c’era anche qualche topo, si pensò anche a questa malattia infettiva ma poi, in seguito agli accertamenti, venne scartata. Quando invece una decina di giorni prima di morire rivelò che temeva di essere stata avvelenata, il personale prima la sottopose ad alcuni test per capire se avesse assunto stupefacenti ‘mal tagliati’ o altro. Poi si rivolsero al Centro di Niguarda per le ricerche dei veleni più comuni, in particolare l’arsenico. Anche in questo caso gli esiti sono stati negativi.

Quindi l’invio dei campioni di materiale biologico al Centro Maugeri di Pavia che ha riscontrato la presenza di 4 metalli, tra cui il cobalto, ma in dosi di poco al di sopra della norma. La struttura pavese altamente specializzata, non ha però misurato l’indice di radioattività, anche perché non ha né le competenze né le attrezzature per farlo. Un’eventuale contaminazione radioattiva è comunque compatibile con i dati clinici e la grave patologia che aveva aggredito il midollo osseo della giovane.

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E pensare che fino a sabato 16 marzo gli esperti parlavano di possibile avvelenamento con particolari livelli chimici di metalli oppure presenza di radionuclidi nel sangue, dunque radioattività, ma anche infezioni batteriche rare come la leptospirosi (oggi esclusa). Tra i pareri, quello di Maurizio Soave, esperto del Centro antiveleni del Policlinico Gemelli di Roma, secondo il quale questa tipologia clinica “è compatibile con un avvelenamento da sostanze radioattive”.

Nel caso dei metalli, rilevati anche nei campioni di sangue prelevati a Fadil sebbene in piccolissime quantità, i livelli tossici che caratterizzano un avvelenamento riguardano valori sopra le decine di unità microgrammi/litro. Questo tipo di avvelenamenti si verificano in Italia tre o quattro volte all’anno. Ma i metalli sono spesso presenti nel corpo umano e con diverse variabili: dalla forma chimica al tipo di ambiente in cui è esposto un soggetto, tanto che i dosaggi risultano diversi a seconda delle zone, dei tipi di acquedotto e dell’alimentazione.

“Ci sono livelli impercettibili del metallo che liberano radioattività”, spiegano gli esperti, che indicano nell’Istituto di radioprotezione del Centro Enea il punto di riferimento nazionale per questo tipo di analisi. E secondo Soave, una delle cause dell’aplasia midollare, di cui è risultata affetta Imane Fadil, “è l’avvelenamento da sostanze radioattive, o attraverso l’ingestione o attraverso l’irraggiamento. Ma in quest’ultimo caso sarebbe necessario un contatto con elementi radioattivi ad alta dose, una evenienza oggettivamente difficile. Sarà anche importante attendere i risultati relativi alla presenza di metalli nei campioni di sangue della donna – conclude Soave – Anche in questo caso si tratta di sostanze di difficile reperimento e certamente non disponibili nei normali circuiti”.

Ogni metallo ha la propria tossicità caratteristica e il più letale è il tallio, la stessa sostanza utilizzata da un 27enne arrestato arrestato nel 2017 per aver avvelenato tre parenti. Nel sangue vengono spesso rilevate presenze di cobalto, il cui livello tossico viene raggiunto solo quando supera le decine di unità di microgrammi/litro. Il cromo è meno pericoloso, seguito anche da nichel e molibdeno.

Tra gli avvelenamenti c’è anche quello da leptospirosi, una forma di infezione batterica causata dalla contaminazione con urine di ratti e che in rari casi può rivelarsi letale. Nel 2016 una tennista britannica, ritiratasi da Wimbledon dopo essere stata ricoverata in gravi condizioni per aver contratto l’infezione, denunciò di essere stata avvelenata attraverso questo tipo di contaminazione. (Fonte Ansa).