Incendi. Carcere inutile, servono multe pesanti

Pubblicato il 9 agosto 2012 12:47 | Ultimo aggiornamento: 9 agosto 2012 12:47

(LaPresse)

ROMA – Salvatore Sfrecola, presidente della Corte dei Conti del Piemonte, ha scritto sul suo blog, unsognoitaliano.it, un post sugli incendi estivi, la difficoltà di frenare i piromani e lancia una proposta: far pagare salato, non i termini di carcere che si è rivelato inefficace, più minaccia che sanzione, ma con multe salatissime.

Molti sono gli incendi, scrive Sfrecola, e “prevalentemente di natura dolosa”, come “può confermare qualunque vigile del fuoco o agente della forestale. A volte è l’imprudenza, che spesso ha punito anche il responsabile, come nel caso delle stoppie bruciate nella convinzione che l’anno successivo il campo renda di più, quando un’improvvisa deviazione del vento ha investito il contadino con il cerino in mano.

E’ “bello” vedere le fiamme che si sviluppano, come testimoniano alcuni di coloro che sono stati identificati, folli tante volte sorpresi con i cerini in mano, dei quali la stampa riferisce che sono stati “assicurati alla giustizia”. Ma quanto paga chi incendia? Il codice penale prevede per l’incendio boschivo la pena da quattro a dieci anni (art. 423-bis, comma 1) che scende ad una pena da uno a cinque anni (comma 2) se il fatto è dovuto a colpa. La pena è aumentata della metà “se dall’incendio deriva un danno grave, esteso e persistente all’ambiente” (comma 3).

Sembrano pene gravi e dissuasive ma tali non si sono rivelate, come dimostra il fatto che di anno in anno gli incendi si ripetono, spesso ad opera delle stesse persone. Prevalgono considerazioni sullo stato di salute mentale dei responsabili (in effetti solo un malato di mente può dar fuoco ad un bosco) e le norme che consentono la libertà anticipata. Insomma, come in altri casi di cui le cronache sono piene, la minaccia della sanzione penale non ha quegli effetti dissuasivi che si legge sui libri di scuola.

Cosa fare? Secondo Sfrecola occorre:

tornare ad una regola fondamentale antica e, purtroppo, spesso trascurata. Chi provoca un danno deve risarcirlo. Al di là del danno al patrimonio boschivo e all’ambiente, infatti, lo Stato subisce un danno consistente nell’impiego di uomini e mezzi per lo spegnimento dell’incendio. Migliaia, centinaia di migliaia di euro per ogni incendio per le autobotti dei vigili del fuoco, per gli elicotteri e gli aerei chiamati a gettare acqua sui roghi. E poi per tutto il personale impiegato, Carabinieri, Guardie forestali, personale della Protezione civile al quale vanno corrisposte indennità per il lavoro straordinario.

Nessuno deve pensare di cavarsela sostenendo di essere nullatenente. Il perché è presto detto: qualche bene di famiglia è sempre disponibile per risarcire l’erario, anche in quelle contadine tra le quali spesso alligna l’autore dell’incendio, sia esso dovuto a dolo o a colpa (come nel caso della nonnina intenta a fare le bottiglie di salsa di pomodoro per figli e nipoti).

Quindi Sfrecola ricorda quando da giovane tentava spesso e non sempre con successo, di ottenere risarcimenti:

Per completare queste riflessioni, che nascono anche dall’esperienza, negli anni scorsi, di magistrato della Corte dei conti con funzioni di Procuratore in una regione spesso colpita dagli incendi, l’Umbria, quel che stupisce è la difficoltà per molti amministratori e funzionari pubblici, anche a livello governativo, anche solo di immaginare di percorrere la strada del risarcimento.  Ricordo l’ostilità a considerare le mie sollecitazioni ad intervenire nei processi, quasi il fastidio delle mie parole e delle mie note istruttorie, considerato che non potevo agire sul privato incendiario, ma solo sulla mancata difesa degli interessi erariali. Ma neppure il timore di una mia azione ha avuto l’effetto di sollecitare determinazioni coerenti con l’esigenza di recuperare, almeno in parte, le somme spese per spegnere gli incendi.

In una stanza della Procura regionale del Lazio della Corte dei conti, a Roma, in viale Mazzini, un funzionario ha affisso un cartello con scritto “chi sbaglia paga”, come dire, nel nostro caso “chi incendia paga”. Speriamo!