Inchiesta Vip, giudici: Corona non ricattò nè Adriano nè Lapo

Pubblicato il 4 Marzo 2010 12:46 | Ultimo aggiornamento: 4 Marzo 2010 14:22

Fabrizio Corona

Fabrizio Corona nonricattò nè Lapo Elkann, nè Adriano. Lo sottolineano i giudici del Tribunale di Milano nelle motivazioni della sentenza con la quale hanno condannato l’ex agente dei paparazzi dei vip a 3 anni e 8 mesi di reclusione nell’ambito del procedimento su Vallettopoli.

Nelle motivazioni si legge che Fabrizio Corona non minacciò i dirigenti della Fiat tentando di estorcere somme di denaro per l’acquisto di un’intervista al transessuale Donato Brocco con il quale Lapo Elkann trascorse una notte e in seguito fu ricoverato per overdose.

Per il tribunale milanese, in quella occasione, Corona acquisì l’esclusiva dell’intervista in modo del tutto lecito. Quindi cercò di “vendere” la sua intervista al prezzo che «ragionevolmente poteva aspettarsi» prima di tutto dalle Tv.

Per gli stessi giudici non c’è stato “fotoricatto” nei confronti del calciatore Adriano sul quale i magistrati parlano di “trattative” con “valenza intimidatoria”.

Nei confronti del giocatore, infatti, Corona aveva cercato di vendere immagini riprese nell’abitazione privata dello stesso Adriano facendo intendere per di più che del sale sparso su un tavolo fosse cocaina. “L’intenzione di Corona -motivano i giudici- è fin dall’inizio quella di ricavare più soldi possibili dalle fotografie di Adriano, non importa se vendendole ai giornali o cercando di farle comprare allo stesso calciatore o a persone a lui vicine”.

Tuttavia per i giudici Corona è “meritevole delle attenuanti” per il suo “comportamento processuale”, anche se nel corso del processo ha avuto “atteggiamenti esibizionistici” e “spesso volgari”.  Scrivono i magistrati che il fotografo “non si è sottratto al dibattimento, ha risposto a tutte le domande rivoltegli non solo dalla difesa, ma anche dal pubblico ministero e dai giudici, fornendo sì una propria versione dei fatti, ma anche molti dettagli che sono serviti a completare ogni singola vicenda (…) con informazioni di cui solo lui era a conoscenza”.

L’imputato, proseguono i giudici, “ha ammesso anche circostanze a suo sfavore” improntando la sua difesa “sulla domanda fondamentale se determinate condotte siano penalmente rilevanti o meno”. I giudici spiegano che non sono chiamati invece “a giudicare le modalità spesso volgari, con cui l’imputato si è espresso durante il giudizio, gli atteggiamenti esibizionistici, le intemperanze, l’uso del processo a scopi pubblicitari”.