Isis, anche un like su Facebook può essere apologia di terrorismo

di redazione Blitz
Pubblicato il 12 dicembre 2017 20:47 | Ultimo aggiornamento: 12 dicembre 2017 20:47
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Isis, anche un like su Facebook può essere apologia di terrorismo

ROMA – Anche mettere “like” su Facebook ad un post che inneggia ad Isis può essere un indizio di colpevolezza nell’ambito di un quadro più ampio e può giustificare la custodia cautelare in carcere per “apologia dello Stato Islamico”.

E’ quanto sostiene la Corte di Cassazione, che ha accolto il ricorso della procura contro Gaffur Dibrani, un giovane kosovaro di 25 anni che per 10 anni ha vissuto con la famiglia nella provincia di Brescia ed è stato arrestato i primi di novembre del 2016 dalla Digos perché accusato di fare propaganda in rete.

Per due volte il tribunale del riesame di Brescia ha ritenuto non sufficienti gli indizi a suo carico, nonostante un primo pronunciamento dei giudici del Palazzaccio contrario alla decisione. L’uomo, scarcerato due settimane dopo l’arresto, è stato espulso subito dopo su provvedimento del ministro dell’Interno.

La quinta sezione penale della Cassazione ha specificato che nel decidere sulla custodia cautelare i giudici devono ben tenere presente “il rischio effettivo della consumazione di altri reati derivanti dall’attività di propaganda”. Nell’escludere il reato di istigazione a delinquere (414 del codice penale), spiega la Cassazione, il riesame di Brescia “ha ridimensionato la portata apologetica” di due video diffusi da Dibrani sul suo profilo Facebook, “sul rilievo dell’asserita breve durata – ben 11 giorni – della condivisione degli stessi” e “della circostanza che uno dei due video sarebbe stato diffuso con la sola opzione ‘mi piace'”.

Ma questi, sottolinea la Cassazione, sono “elementi non certo idonei a ridurre la portata offensiva della sua condotta”, vista la “immodificata funzione propalatrice svolta in tale contesto dal social network facebook”.

Nei due video, ritenuti dalla procura e del gup di Brescia di “natura apolegetica e propagandistica dello Stato Islamico”, un combattente predica l’unione dei fratelli per aiutare la Siria, “pregando perché Allah lo accetti come martire” e si inneggia ai mujahideen “caduti per proteggere i musulmani nella guerra contro i nemici di Allah”.

Il tribunale del riesame, nell’annullare il provvedimento cautelare, ha insistito nel sostenere che dalle indagini non emergono elementi inequivoci per dire che l’uomo “volesse riferirsi proprio all’associazione terroristica denominata Isis”, dal momento che questa rappresenta solo uno dei soggetti partecipanti al conflitto siriano.

Non è d’accordo la Cassazione che, nella sentenza depositata martedì 12 dicembre sottolinea che “è pacifico” che Dibrani “abbia inneggiato apertamente allo Stato islamico ed alle sue gesta e ai suoi simboli”. E che i giudici del riesame “non hanno tenuto conto dei contatti” del giovane “con altri soggetti già indagati per terrorismo islamico”.

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