Istat: dottorandi italiani poco inclini alla "migrazione". Quadro statico

Pubblicato il 27 Dicembre 2011 16:55 | Ultimo aggiornamento: 27 Dicembre 2011 17:07

ROMA – Migrazioni dal Sud verso le regioni settentrionali e poca disponibilita' ad andare all'estero per completare la formazione: e' molto statico il quadro che emerge dalla prima fotografia dei dottori di ricerca italiani, pubblicata oggi dall'Istat.

Complessivamente il numero dei dottori di ricerca in Italia e' aumentato costantemente negli ultimi anni, passando dai 4.000 del 2000 agli oltre 12.000 del 2008. L'indagine pubblicata oggi, nata dall'intenzione di costituire una base di dati relativa al fenomeno della fuga dei cervelli, si basa sui dati raccolti fra dicembre 2009 3 febbraio 2010 su un totale di 15.568 dottori di ricerca (8.443 nel 2004 e 10.125 nel 2006).

Il primo dato che emerge è la tendenza alla ''migrazione'' dal Sud verso Nord: se nelle regioni meridionali resta il 74% degli iscritti all'universita' (con un bilancio negativo per Basilicata, Calabria e Sicilia), nel Nord la percentuale supera l'85%, soprattutto in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio e Sardegna. Il Trentino Alto Adige (51%) e' capofila tra le regioni che attraggono di piu', seguita da Emilia Romagna (31,3%), Lombardia (28,1%), Veneto (27,2%), Toscana ((26,9%), Lazio (24,9%) e Piemonte (24,3%). Sono inoltre una netta minoranza (circa il 7%) i dottorati che si trasferiscono all'estero per un periodo di formazione: degli oltre 18.000 dottori di ricerca considerati nell'indagine solo 1.300 si sono spostati. E' una minoranza composta in prevalenza da uomini, da persone che vivono nel Nord (dal 6.9% dell'Emilia Romagna al 10,5% della Liguria). Altri elementi che li distinguono sono l'eta' (hanno meno di 32 anni) e il livello culturale della famiglia di provenienza (almeno uno dei genitori laureato).

La disponibilità a spostarsi è infine tipica di coloro che hanno scelto gli studi scientifici, come fisica (22,7%), matematica e informatica (9,5%) e ingegneria (8,4%). Agli ultimi posti scienze agrarie e veterinarie (2,9%) e scienze giuridiche (3,0%).