Italia divisa dall’acqua: rete colabrodo, tariffe pazze e finta privatizzazione

Pubblicato il 9 Febbraio 2010 16:10 | Ultimo aggiornamento: 9 Febbraio 2010 16:10

Italia divisa in due dall’acqua. Tariffe diversissime da regione a regione e poi sprechi a non finire, con una rete idrica colabrodo che disperde nel percorso dei tubi ben il 30% dell’acqua. A pochi mesi dall’approvazione in Parlamento del cosiddetto decreto Ronchi (con cui viene predisposta la privatizzazione dell’acqua) a ben guardare il nostro Paese l’unità nazionale non l’ha ancora raggiunta, almeno nella gestione delle risorse idriche. E per ora la privatizzazione resta una chimera, perché nella giungla delle reti colabrodo regna incontrastato il pubblico.

Federalismo delle tariffe. Secondo il Blue Book del centro di ricerca Proacqua le differenze di prezzo del servizio variano di molto da regione a regione. Ad esempio si calcola che un litro d’acqua a Terni costa 4 volte più che a Milano. E i prezzi della città umbra non sono nemmeno i più alti d’Italia: la superano, in demerito, Latina e Agrigento.

In quest’ultima si pagano le tariffe fra le più alte d’Italia con una media di oltre 400 euro l’anno a famiglia. E prezzo alto non necessariamente vuol dire servizio efficiente. Perché sempre ad Agrigento, ad esempio, la rete idrica ha falle da tutte le parti e la qualità del servizio è semplicemente inaccettabile.

Sprechi. Ogni anno, secondo un documento della Confartigianato, il 30,1% dell’acqua immessa in rete non arriva ai rubinetti: per fare un paragone europeo, in Germania le perdite non arrivano al 7%. Come se buttassimo dalla finestra 2 miliardi e 464 milioni, somma che basterebbe a compensare l’abolizione dell’Ici per la prima casa. Chi è responsabile? Reti colabrodo, investimenti carenti, una gestione spesso sconsiderata.

Gestione privata inefficiente. Nel mare delle tariffe e degli sprechi sembra ancora regnare incontrastato l’investimento pubblico. E anche lì dove il servizio idrico è affidato ad una società privata, lo Stato fa capolino. È il caso di Agrigento dove la distribuzione dell’acqua è appaltata ad una società, la Girgenti acque, che però di privato sembra avere solo il nome. Il 56,5% della società, infatti, è controllato dalla Acoset spa, società dei Comuni catanesi, e dalla Voltano spa, a sua volta di proprietà dei Comuni agrigentini.

Spostandoci nella zona pontina troviamo un’altra società privata, Acqualatina. Il socio di maggioranza è la francese Veolia ma ha come presidente un senatore, Claudio Fazzone del Pdl. Nel 2008 Acqualatina ha perso 4,4 milioni e ha dovuto varare un piano di lacrime e sangue. Nonostante tariffe astronomiche.