Cronaca Italia

Italia sprecona, il cibo buttato, ma ancora buono, sfamerebbe l’intera Spagna

Andrea Segrè

Italia sprecona, con gli alimenti ancora buoni, ma finiti nel secchio dell’immondizia, si potrebbe sfamare l’intera Spagna. In Italia ogni giorno 4 mila tonnellate di alimenti consumabili finiscono tra i rifiuti, una quantità che in un anno raggiunge il peso di 6 milioni di tonnellate. Con il cibo che buttiamo, che scade, che non raggiunge le nostre tavole, che viene gettato via dalle mense o che addirittura rimane a marcire nei campi senza neanche essere raccolto, si potrebbe sfamare la Spagna oppure tre quarti dei nostri connazionali (oltre 44 milioni di persone).

I dati sono stati forniti mercoledì 14 luglio a Roma, presso la sede del Parlamento Europeo in Italia, durante la presentazione del progetto europeo ‘Un anno contro lo spreco’, ideato dal fondatore di Last Minute Market (lo spin-off dell’Università di Bologna nato per recuperare i beni invenduti), Andrea Segrè, per indagare lo spreco, ma soprattutto per imparare a combatterlo. La maglia nera degli spreconi spetta agli Stati Uniti, che nel complesso buttano via il 40% degli alimenti prodotti.

Ma l’Italia non sembra essere molto più virtuosa: circa 1/3 della nostra produzione è cestinato. Il fenomeno è trasversale, riguarda tutti, compresi Paesi come la Cina che stanno iniziando ad emulare gli stili di vita occidentali, sprechi compresi: il gigante asiatico butta il 16% del cibo, una cifra impressionante a livello numerico.

La Svezia, attenta a stili di vita ecologicamente sostenibili, cestina il 25% delle produzioni. In poco più di 30 anni, dal 1974 ad oggi, nel mondo gli sprechi alimentari sono cresciuti del 50%. Oltre alla valenza etica ed economica, non bisogna tralasciare l’impatto ambientale del fenomeno: basti pensare che una sola tonnellata di rifiuti alimentari genera 4,2 tonnellate di Co2. Se questi sono i numeri del problema, ora bisogna capire come intervenire: ”E’ difficile capire quanto spreco ci sia in ogni punto della filiera – ha spiegato Segré -. Però il consumatore è certamente l’anello debole. Per questo è importante informare il cittadino e renderlo consapevole del fatto che semplici azioni possono fare la differenza”.

Illuminante un progetto di Last Minute Market in un ipermercato di Bologna: nel 2003, 150 tonnellate di cibo destinate al macero sono state recuperate; nel 2009, grazie all’intervento di buone pratiche, la quota è scesa a 90 milioni. Tra le altre idee in cantiere, una doppia etichetta sui prodotti del supermercato (una commerciale e una per il consumo) o un Last Minute Sales, una svendita dei prodotti in scadenza. ”Bisogna capire – ha sottolineato Segré – che lo spreco è in primo luogo un fallimento del mercato. Noi non vogliamo fare beneficenza, vogliamo rendere più efficiente la filiera”.

Nel dettaglio, i prodotti più sprecati sono, in ordine: il pane, l’ortofrutta (circa il 40% dello spreco), il latte e i formaggi, la carne. In particolare, da analisi di Last Minute Market, emerge che nei nostri campi rimane tanta frutta e verdura quanta quella che consumiamo: nel 2009 si parla di oltre 7 milioni e mezzo di tonnellate, a fronte di un consumo che supera di poco gli 8 milioni. Ma lo spreco non si ferma sui campi: nelle cooperative di primo grado ogni anno viene ritirata frutta e verdura, per evitare che i prezzi scendano al di sotto di quelli previsti dall’Unione Europea, una quantità che potrebbe soddisfare le esigenze giornaliere di una città come Bologna o Firenze.

Gli sprechi alimentari della distribuzione al dettaglio permetterebbero di sfamare per un anno una città come Genova. Nell’industria agroalimentare lo spreco si è attestano a circa il 2,2%, oltre 2 milioni di tonnellate. Presso i centri agroalimentari è emerso che ogni anno una percentuale di ortofrutta che si attesta a circa all’1,2% viene gestita come rifiuto.

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