Italia sprecona, il cibo buttato, ma ancora buono, sfamerebbe l’intera Spagna

Pubblicato il 14 luglio 2010 17:02 | Ultimo aggiornamento: 14 luglio 2010 19:32

Andrea Segrè

Italia sprecona, con gli alimenti ancora buoni, ma finiti nel secchio dell’immondizia, si potrebbe sfamare l’intera Spagna. In Italia ogni giorno 4 mila tonnellate di alimenti consumabili finiscono tra i rifiuti, una quantità che in un anno raggiunge il peso di 6 milioni di tonnellate. Con il cibo che buttiamo, che scade, che non raggiunge le nostre tavole, che viene gettato via dalle mense o che addirittura rimane a marcire nei campi senza neanche essere raccolto, si potrebbe sfamare la Spagna oppure tre quarti dei nostri connazionali (oltre 44 milioni di persone).

I dati sono stati forniti mercoledì 14 luglio a Roma, presso la sede del Parlamento Europeo in Italia, durante la presentazione del progetto europeo ‘Un anno contro lo spreco’, ideato dal fondatore di Last Minute Market (lo spin-off dell’Università di Bologna nato per recuperare i beni invenduti), Andrea Segrè, per indagare lo spreco, ma soprattutto per imparare a combatterlo. La maglia nera degli spreconi spetta agli Stati Uniti, che nel complesso buttano via il 40% degli alimenti prodotti.

Ma l’Italia non sembra essere molto più virtuosa: circa 1/3 della nostra produzione è cestinato. Il fenomeno è trasversale, riguarda tutti, compresi Paesi come la Cina che stanno iniziando ad emulare gli stili di vita occidentali, sprechi compresi: il gigante asiatico butta il 16% del cibo, una cifra impressionante a livello numerico.

La Svezia, attenta a stili di vita ecologicamente sostenibili, cestina il 25% delle produzioni. In poco più di 30 anni, dal 1974 ad oggi, nel mondo gli sprechi alimentari sono cresciuti del 50%. Oltre alla valenza etica ed economica, non bisogna tralasciare l’impatto ambientale del fenomeno: basti pensare che una sola tonnellata di rifiuti alimentari genera 4,2 tonnellate di Co2. Se questi sono i numeri del problema, ora bisogna capire come intervenire: ”E’ difficile capire quanto spreco ci sia in ogni punto della filiera – ha spiegato Segré -. Però il consumatore è certamente l’anello debole. Per questo è importante informare il cittadino e renderlo consapevole del fatto che semplici azioni possono fare la differenza”.

Illuminante un progetto di Last Minute Market in un ipermercato di Bologna: nel 2003, 150 tonnellate di cibo destinate al macero sono state recuperate; nel 2009, grazie all’intervento di buone pratiche, la quota è scesa a 90 milioni. Tra le altre idee in cantiere, una doppia etichetta sui prodotti del supermercato (una commerciale e una per il consumo) o un Last Minute Sales, una svendita dei prodotti in scadenza. ”Bisogna capire – ha sottolineato Segré – che lo spreco è in primo luogo un fallimento del mercato. Noi non vogliamo fare beneficenza, vogliamo rendere più efficiente la filiera”.

Nel dettaglio, i prodotti più sprecati sono, in ordine: il pane, l’ortofrutta (circa il 40% dello spreco), il latte e i formaggi, la carne. In particolare, da analisi di Last Minute Market, emerge che nei nostri campi rimane tanta frutta e verdura quanta quella che consumiamo: nel 2009 si parla di oltre 7 milioni e mezzo di tonnellate, a fronte di un consumo che supera di poco gli 8 milioni. Ma lo spreco non si ferma sui campi: nelle cooperative di primo grado ogni anno viene ritirata frutta e verdura, per evitare che i prezzi scendano al di sotto di quelli previsti dall’Unione Europea, una quantità che potrebbe soddisfare le esigenze giornaliere di una città come Bologna o Firenze.

Gli sprechi alimentari della distribuzione al dettaglio permetterebbero di sfamare per un anno una città come Genova. Nell’industria agroalimentare lo spreco si è attestano a circa il 2,2%, oltre 2 milioni di tonnellate. Presso i centri agroalimentari è emerso che ogni anno una percentuale di ortofrutta che si attesta a circa all’1,2% viene gestita come rifiuto.