Italiani migranti, non solo eroi. Quando “fascisti” eravamo umiliati dai canadesi

di Caterina Galloni
Pubblicato il 17 Luglio 2019 6:05 | Ultimo aggiornamento: 16 Luglio 2019 18:14
Un frame di un documentario sull'emigrazione italiana negli Stati Uniti d'America (da YouTube)

Un frame di un documentario sull’emigrazione italiana negli Stati Uniti d’America (da YouTube)

ROMA – Italiani migranti, non solo navigatori e eroi, come sognava Mussolini. A migliaia si stipavano nelle navi in partenza da Genova, Napoli, Palermo. Dall’altra parte dell’Atlantico, li aspettavano altra miseria e tante umiliazioni, prima che la loro vita diventasse normalmente americana. Ma fino a un certo punto. Quando nel 1940 l’Italia entrò in guerra a fianco della Germania, gli italiani scoprirono di essere ancora diversi. Furono anni duri e tremendi. Il Canada fu in prima linea in una mega retata anti italiani, che ora il primo ministro canadese Justin Trudeau vuole cancellare con pubbliche scuse e che Leyland Cecco ha rievocato sul Guardian, attraverso il racconto di una famiglia di italo-canadesi, Iannetta, Altro che “popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e trasmigratori”, come è scolpito sulle facciate del Palazzo della Civiltà e del Lavoro a Roma. Poveri e disperati, in cerca di una vita migliore di quella che offrivano le campagne del Meridione, le valli del Nord e il Friuli.

Non c’era guerra allora, solo tanta fame, aggravata da una fase di sovra popolazione e dagli errori dell’Italia post Unità. Il racconto ha inizio con l’irruzione, nel 1940, della Polizia federale canadese in un circolo di italiani a Windsor, dall’altra parte del Detroit river rispetto alla omonima città statunitense. La polizia arrestò il barista Michele Iannetta insieme ad altre persone, gli agenti decisero di perquisire la sua abitazione, seguiti dallo sguardo pietrificato della moglie Antonia e del figlio Guido, alla ricerca di una qualunque traccia che potesse confermare le sue simpatie politiche.

Michele, naturalizzato canadese e con due fratelli nell’esercito, non tornò a casa quella notte, neppure quella seguente: fu rilasciato quattro anni dopo, senza mai essere stato accusato di alcun crimine. “Quando accade una cosa del genere si è al centro dell’attenzione.

I vicini spiavano dietro le tende quanto stava succedendo, ci fu grande vergogna per il coinvolgimento in questa vicenda” spiega Susan Iannetta, nipote di Michele. Per decenni, la comunità italiana ha invitato il governo canadese a riconoscere di aver agito in modo ingiusto arrestando centinaia di italo-canadesi, molti dei quali cittadini canadesi. Il Canada approvò il War Measures Act, lo Statuto Bellico, nel giugno 1940, dopo la dichiarazione di guerra all’Inghilterra da parte dell’Italia: lo statuto dette al governo ampia libertà di sorveglianza sui circa 31.000 italiani ritenuti “stranieri nemici”, nel timore che i sostenitori del fascismo prendessero il controllo.

La polizia si impegnò immediatamente, compilando una lista di uomini italiani che facevano parte di note organizzazioni fasciste, ma anche di quelli le cui uniche affiliazioni erano ai centri sociali italiani. In totale, vennero prelevati dalla polizia 654 uomini, il cui tempo di detenzione medio fu di circa quindici mesi. Altri migliaia furono costretti a sottoporsi a un procedimento di registrazione mensile, con conseguente verifica dell’indirizzo di residenza. Michele fu trasferito a Camp Petawawa, in Ontario, e in seguito nella città di Fredericton, dove erano detenuti la maggior parte degli uomini. Per anni, il barista non ebbe la possibilità di vedere la moglie e i figli, sia a causa delle restrizioni, sia per i costi inaccessibili. “Tutto ciò si rivelò devastante per la mia famiglia.

Come avrebbe potuto prendersi cura della madre? Quando sarebbe tornato a casa?” dice Susan, leggendo la corrispondenza tra il nonno e la nonna. “Queste lettere trasudano disperazione”. Michele cominciò a raccontare le proprie esperienze nei campi solo nel 1973, due anni prima di morire. L’internamento degli italo canadesi non ebbe certamente la stessa portata di quelli nei confronti dei giapponesi: l’intera popolazione di residenti – molti dei quali naturalizzati – venne radunata e spedita nei campi di concentramento.

E se nel 1988 il Canada si è scusato con la comunità giapponese residente – compreso un risarcimento per l’internamento e il sequestro di proprietà private – i successivi governi si sono opposti a scuse ufficiali agli italiani, in parte per timore di un’accusa. Nel 1990, l’allora primo ministro Brian Mulroney, offrì le “totali e incondizionate scuse per i torti fatti ai nostri concittadini di origine italiana”, scuse che, però, non sono mai state espresse in Parlamento. Il governo Trudeau ha spiegato invece di volerle formalizzare, senza però indicare una data precisa. Nessuno dei detenuti è stato mai accusato di un crimine né tantomeno è stato loro concesso un avvocato. E se le scuse potrebbero lenire le sofferenze di tutte quelle persone i cui padri o nonni erano tra i prigionieri, Susan Iannetta contesta l’obbiettivo e la tempistica. “E’ troppo tardi. Non si può cancellare una simile vergogna, non sarà restituita loro la vita, non c’è modo di rimediare”. Preferirebbe, invece, che il governo si adoperasse per informare le persone sulla storia dell’internamento. Anni dopo, ricorda ancora la vergogna provata per la propria identità e quella dei vicini di casa, che per sembrare meno italiani furono costretti a cambiare nome e cognome.