Italiano? Mafioso. Pregiudizio colpisce anche un bergamasco in Guatemala

di Redazione Blitz
Pubblicato il 23 settembre 2014 7:50 | Ultimo aggiornamento: 22 settembre 2014 21:16
Italiano? Mafioso. Pregiudizio colpisce anche un bergamasco in Guatemala

La storia di Omar del Carro sull’Eco di Bergamo

GUATEMALA – Erano partiti da Bergamo nel 1979 per finire in uno di quelli che adesso è uno degli stati più pericolosi del già poco tranquillo Centro America: il Guatemala. Ma già all’epoca, quando arrivarono Omar del Carro e la sua famiglia, il Guatemala era tutt’altro che un buen retiro.

A Omar è andata benissimo, però all’inizio ha dovuto superare non poche diffidenze, perché non è facile sfuggire allo stereotipo dell’italiano mafioso e in genere poco raccomandabile. Non fa differenza se vieni da Trapani o da Trieste, da Leuca o da Aosta, da Bergamo o da Reggio Calabria. E non importa se sbarchi a Ellis Island o a Santo Domingo: se sei italiano parti ad handicap.

Omar, racconta Elena Catalfamo sull’Eco di Bergamo, ora ha un azienda con 240 dipendenti e affari in mezzo mondo. Si occupa di tutti i rami dell’edilizia e ogni branca della sua attività porta

dei nomi che rivelano le radici bergamasche: «Corporation Bergamo», «Mos», «Orobica», «Valli», «Natural wood» e «Guagranito».

La sua storia inizia negli anni 70, quando il boom della ceramica portò ricchezza in Emilia Romagna e tanti problemi all’azienda del papà di Omar:

«Lo scriva pure: quando siamo partiti morivamo di fame – dice nell’intervista via Skype alle sei di buon mattino («ma mi sveglio alle 4 e continuo a lavorare per 12 ore» precisa) -: mio padre aveva un’azienda di mattonelle, ma nei primi anni Settanta c’è stato il boom della ceramica e così è fallito tutto. Avevamo venduto i macchinari ma non fu un buon affare. In poche parole non avevamo niente, ma niente di niente. Io avevo 8 anni e mio fratello Manolo era ancora più piccolo. A un certo punto un amico di mio padre gli propone di andare in Guatemala: nel 1976 c’era stato il terremoto e c’era tutto da ricostruire. Il lavoro non sarebbe mancato. E così nel giugno 1979 siamo partiti: non saremmo tornati in Italia per molto tempo».

Occhi azzurri, color del ghiaccio puro, accento castigliano (ma ogni tanto qualche intercalare in bergamasco scappa sempre), sorridente e sicuro, Omar oggi può guardare al passato con serenità. Ma alcuni momenti sono stati proprio duri. «Il ricordo che ho dei miei primi tempi in Guatemala? – dice – . Ero piccolo: ricordo che in Italia non potevamo permetterci di comprare le banane perché costavano troppo, mentre qui in Sudamerica con un dollaro acquistavi un casco intero di frutta. Appena siamo arrivati facevamo scorpacciate di banane. Per il resto io e mio fratello abbiamo iniziato la scuola e mio papà si dava da fare, faceva di tutto. Io al sabato lo aiutavo con il muletto. Abbiamo lavorato tutti moltissimo, anche perché all’inizio c’era una certa diffidenza verso gli italiani. Pensavano che eravamo tutti mafiosi».

E dire che Omar è stato anche vittima di rapimento:

«Credo che il fatto di essere buoni lavoratori ci abbia salvato e anche la capacità di stare insieme, di essere uniti come famiglia. In questo mia madre ha avuto un ruolo importantissimo. Non ci siamo mai arresi» dice Omar, che poi ha conseguito una laurea, si è sposato con Elizabeth, dentista di origine messicana, e ha una bella figlia, Caterina, di 9 anni. «Neppure quando sono stato rapito» butta lì.

A 25 anni infatti Omar è stato vittima di un sequestro di persona a scopo di estorsione. È stato nelle mani dei delinquenti per nove giorni. Non dice molto di più di quell’esperienza. «Essere imprenditore qui non è un vanto – spiega -: cerchi di dare meno nell’occhio possibile altrimenti vieni preso di mira. Il Guatemala è un Paese bellissimo ma il traffico di droga e la criminalità sono molto radicati».

«Quando tutto è finito – racconta Omar a proposito del rapimento – io e la mia famiglia ci siamo trovati tutti intorno a un tavolo. Dopo quasi 20 anni in Guatemala, quando sembrava che finalmente avessimo un po’ ingranato, ci siamo detti: che facciamo? Torniamo indietro? Qui rischiamo la vita. Ma abbiamo scelto di restare».