La Tav italiana come Gesù: moltiplica costi e tempi. Ma in Val di Susa…

Pubblicato il 11 Gennaio 2010 15:38 | Ultimo aggiornamento: 11 Gennaio 2010 15:43

Le proteste in Val Susa contro la Tav

La Tav, alta velocità ferroviaria, in Italia fa concorrenza a Gesù: moltiplica i costi e i tempi alla stessa miracolosa maniera in cui Cristo moltiplicò pani e pesci. Quali siano i costi medi e finali pagati in 20 anni per i cantieri della Tav l’amministrazione pubblica direttamente non dice in nessun documento. Però qualcosa si può sarere leggendo il bilancio Fiat. Fiat che è “general contractor”, cioè azienda che raccoglie, cumula e redistrisbuisce gli appalti almeno per due tratte: la Bologna-Firenze e la Milano-Torino.

Eccoli i costi: 4,7 miliardi per la prima e 6,7 per la seconda. Rispettivamente, 60 e 54 milioni a chilometro. Un altro “general contractor”, l’Eni per la Milano-Bologna lascia intravedere un costo da 33 milioni a chilometro. In Spagna, Francia e Giappone la Tav è costata 10 milioni a chilometro. L’avranno fatta male!? In Cina la Tav la fanno “peggio”: costa 11 milioni a chilometro.

Perché la Tav in Italia costa da tre a sei volte di più che in ogni altro posto del mondo? Perché il committente, le Ferrovie, lo Stato, danno un mandato al “general contractor”, un mandato e non un progetto dettagliato e impegnativo. In questo modo il “general contractor” garantisce l’esecuzione dell’opera ma non è vincolato nei tempi e nelle spese. Spese che contemplano una voce tutta italiana: il “pedaggio” da pagare agli enti locali. Ogni governo locale vuole essere indennizato per far passare la Tav: viadotti, ponti, svincoli ma anche parcheggi, campi di calcio, oratori di parrocchia. L’idea e la pratica di un interesse nazionale per le opere pubbliche sono clandestine in Italia: ogni “feudo” batte cassa e ottiene soldo.

La trattativa spesso è complicata. Infatti in Italia per realizzare 590 chilometri di Tav ci sono voluti dodici anni e mezzo. In Europa per fare la stessa cosa ci mettono in media sette anni e mezzo, in Cina quattro e mezzo. Insomma ci vuole tempo per distribuire e digerire la moltiplicazione dei costi: al banchetto, non quello evangelico di Cana, ma quello del denaro pubblico, sono tanti i convenuti e commensali.

Ma forse stavolta l’Italia riuscirà a “tagliare il peccato” alla radice. Entro il 31 gennaio devono essere realizzati e forniti i “carotaggi” in Val di Susa per la Tav da Lione a Torino- Venezia. In caso contrario l’Italia deve restituire all’Europa 700 milioni stanziati per l’opera e ripagare  i francesi dei lavori che loro hanno già fatto e che risulterebbero inutili. I No Tav, di lotta e di governo, sono già in strada: “Qui non pianterete neanche un chiodo”. Ci sono i presidi di piazza, gli anarchici, i no gòobal, i valliggiani, la gente comune. E ci sono i sindaci di tutti i partiti ma soprattutto di sinistra. Di tutti i partiti che hanno detto sì alla Tav, ma i sindaci fanno il gioco delle tre carte. Lo fanno ormai da anni: c’è stato l’Osservatorio, la trattative sul dove e sul come. Melina. Ora i No Tav hanno una nuova strategia: donne e mabmbini come “scudi umani” che la polizia non caricherà.

Basta ai No Tav resistere venti giorni. Tutto il resto del tempo è stato sprecato da governo nazionale e governi locali nel cercare un consenso impossibile. Nessuno ha avuto cuore e animo per dire che il consenso locale non può essere il primo e l’unico comandamento. Altrimenti nessuna strada, centrale, ponte o ferrovia potrebbe mai essere fatta. Nessuno ha avuto cuore a anima per dire che democrazia non è diecimila “locali” che bloccano e danneggiano dieci milioni di italiani. Stavolta l’Italia rischia davvero un altro primato, oltre a quello del costo e della lentezza. Stavolta in Val di Susa si rischia di realizzare i due miliardi spesi per zero centimetri di ferrovia. Senza contare il danno che verrà, perchè la Tav la faranno lo stesso, solo che da Strasburgo a Budapest via Vienna e Bratislava. Di lì passeranno i treni, le merci, l’economia. In Val di Susa si terranno i Tir e i No Tav. Venti giorni ancora e l’ultimo treno se ne va.