Laura Marangoni morta in ospedale a Genova: chiesto rinvio a giudizio per i tecnici

di redazione Blitz
Pubblicato il 9 dicembre 2016 7:45 | Ultimo aggiornamento: 9 dicembre 2016 7:52
Laura Marangoni morta in ospedale a Genova: chiesto rinvio a giudizio per i tecnici

Laura Marangoni morta in ospedale a Genova: chiesto rinvio a giudizio per i tecnici

GENOVA – Donna morì in ospedale, al San Martino di Genova, per un errore nel funzionamento della attrezzatura per la circolazione extracorporea del sangue, che pompò aria anziché sangue nel cuore, facendoglielo esplodere. Tre anni dopo il pubblico ministero ha chiesto il rinvio a giudizio per i due perfusionisti che quel giorno erano addetti al funzionamento dell’apparecchiatura. La vittima, Laura Marangoni, una casalinga di 53 anni di Cairo Montenotte (Savona), il 19 luglio del 2013 si era sottoposta ad un’operazione al cuore. Ma quell’errore le costò la vita.

Dopo tre anni di inchiesta e tre accertamenti tecnici, spiega Il Secolo XIX, il pubblico ministero ha chiesto il rinvio a giudizio per Giuliano Livaldi, 55 anni, e Paola Mazzarello, 50 anni, che dovranno rispondere dell’accusa di omicidio colposo in concorso. 

Si avvia invece verso l’archiviazione la posizione di un terzo collega, Franco Roggero, 49 anni, indagato. Dai riscontri documentali risulta che Roggero non era presente al momento dell’intervento chirurgico, ma entrò in turno a cose fatte. Adesso il gup dovrà fissare la data dell’udienza per giudicare la posizione dei due perfusionisti.

Scrive il Secolo XIX:

Un rinvio a giudizio che all’indomani della perizia effettuata dai medici legali Antonio Osculati, Antonino Grande ed Antonella Degani sembrava la soluzione più remota. «Il decesso della donna – erano state le conclusioni del lavoro peritale – venne causato da un errore nella gestione della macchina adibita alla circolazione extracorporea, che determinò un’anomalia impossibile da identificare con certezza, come impossibile è affermare con sicurezza a quale operatore vada ascritta». E sarà proprio quella la linea difensiva dell’avvocato Antonio Rubino al momento dell’udienza preliminare.