Lavitola e la telefonata con B. “Anticipai soldi. Resto latitante”

Pubblicato il 28 Settembre 2011 22:14 | Ultimo aggiornamento: 29 Settembre 2011 0:25

Valter Lavitola (lapresse)

ROMA – Una misteriosa telefonata con Silvio Berlusconi, anzi tre, una dopo l’altra e di cui non c’è traccia, scagionerebbe -a detta sua- Valter Lavitola dall’accusa di essersi preso quei 500 mila euro  euro che il premier gli aveva fatto avere perché li consegnasse a Gianpaolo Tarantini.

Parete bianca alle spalle, seduto su una poltrona di pelle nera, il latitante da Panama è in collegamento con Enrico Mentana e il suo programma “Bersaglio mobile”.

Dice che quei 500 mila euro per Gianpi sarebbero stati anticipati da lui per conto di Berlusconi. “Le foto che chiedevo a Marinella (la segretaria di Berlusconi. ndr) erano soldi. Erano parte di quel rimborso di 500mila euro che avevo anticipato”.

Perché aveva così tanti soldi? Lavitola racconta di avere avuto la disponibilità del denaro, da anticipare per conto di un multimiliardario come Berlusconi, grazie alla vendita di alcuni suoi pescherecci in Sudamerica. Motivo: “I Tarantini mi assillavano, mi facevano anche due telefonate al giorno e quando Gianpi mi chiese aiuto per un’attività imprenditoriale all’estero feci salti di gioia”. In altre parole, grazie a quei soldi Tarantini avrebbe potuto avviare l’agognata attività imprenditoriale all’estero e ciò – dice Lavitola – “mi avrebbe consentito di togliermi di torno questi rompiscatole”.

Lavitola, ex editore dell’Avanti e radiato dall’ordine dei giornalisti per sua stessa ammissione, è lo stesso “soggetto allarmante” di cui hanno parlato i giudici del Tribunale del Riesame di Napoli. Si descrive come imprenditore ittico in Sudamerica, fa soldi con i pescherecci, ma li starebbe dismettendo.

Latitante sì, vuole restarci “finché la giustizia non darà ragione, dei magistrati ho sacro terrore” ma uomo nero no: “l’intermediario indispensabile per Silvio Berlusconi” (che dava i soldi a Gianpaolo Tarantini, il precettatore di escort) non ci sta a essere definito così e accetta la proposta del direttore del Tg di La7 che lo ha scovato. A lui “interessa dimostrare sul piano mediatico e non su quello giudiziario” che non è “l’uomo nero”.

Di quella famosa chiamata (fatta da “un’utenza argentina”) con il presidente del Consiglio dice che, dopo aver parlato con Tarantini, avrebbe poi contattato Berlusconi. Al terzo tentativo (i primi sarebbero andati falliti)  sarebbe riuscito a parlare telefonicamente ”per nove minuti” con il premier. ”Gli ho detto: ‘presidente, mi ha contattato Tarantini: ha notizia dei 500 mila euro e vuole che gli sia consegnata questa somma. Che faccio? Gliela metto a disposizione? Guardi che lui consuma come una Ferrari”’.

A quel punto il premier – riferisce Lavitola – gli avrebbe detto: ”No, no, lui deve fare un’attività (con quella somma, ndr)”. Lavitola fa sapere di aver chiesto al suo avvocato di presentare un’stanza (”pensavamo a Roma, ma a questo punto la faremo a Bari”) per ”chiedere se questo tabulato sia vero o falso” e ”perché non ci sia quest’intercettazione”.

Poi in trasmissione Lavitola parla del suo passato nella massoneria. ”Mi sono iscritto alla massoneria quando avevo 18 anni in una loggia di Roma perché mi sembrò, leggendo un libro, che fosse il miglior apprendimento per imparare a stare zitti”. Poi aggiunge: ”Non so se Berlusconi sia iscritto”.

Spiega ancora quella frase “metterlo con le spalle al muro” riferita a Berlusconi nelle telefonate con Tarantini. Dice: “Queste parole vanno inquadrate, bisogna considerare che i Tarantini erano ragazzi viziati, che sperperavano. Siccome loro erano pressanti in modo esasperante, volevano continuamente vedere Berlusconi, chiedegli un aiuto per un loro amico imprenditore, io dicevo così in senso metaforico. Per spiegare che, se non l’avesse fatto, sarebbero sorti problemi anche per me”. E ancora: “Tarantini non è un criminale. È uno scapestrato, anche un po’ fesso”.

“La libertà è come la vita, diceva qualcuno cui tenevo molto”, dice ancora in trasmissione. Il motivo, a suo dire, si può capire leggendo l’ordinanza del Tribunale del Riesame di Napoli che ha dichiarato non punibili i coniugi Tarantini, in origine con lui indagati per estorsione ai danni del premier Berlusconi. “Sono certo che di qui a poco la giustizia dimostrerà che anche io non c’entro niente”.

Anche su Finmeccanica il latitante da Panama dà una versione sua:  ”Pozzessere (ex direttore commerciale di Finmeccanica, ndr), pensava di avermi ‘fregato’ perché mi aveva fatto un contratto da 30mila euro l’anno più rimborsi spese”. ”Pensavo di aver chiesto uno sproposito ma lui (Pozzessere,ndr) mi strinse la mano”. Il contratto scadeva il 30 giugno scorso e Lavitola chiese un aumento a 70mila euro.

Eppure è molto diverso il ritratto di Valter Lavitola  che emerge dalle trenta pagine di ordinanza con cui il Riesame di Napoli ribalta completamente la vicenda del ricatto a Silvio Berlusconi, che da presunta vittima di un’estorsione (come scrisse il 24 per primo il settimanale Panorama il 24 agosto scorso) diventa probabile indagato per aver istigato Gianpi Tarantini a dire il falso ai magistrati, lo stesso Berlusconi che a Lavitola aveva detto “non tornare”. È descritto come un uomo “assolutamente allarmante” e un ‘doppiogiochista’ dalla “personalità spregiudicata”. Un latitante che può però permettersi un “rapporto esclusivo” con il presidente del Consiglio, di cui è “intermediario” e nei confronti del quale ha un “atteggiamento servile”.

I giudici napoletani parlano di un legame “particolarmente stretto” tra Lavitola e il Cavaliere, in cui il primo sembrerebbe essere il braccio e il secondo la mente. Autori, in concorso, di un reato – quello di induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria – commesso nei confronti di Tarantini.

Sono tanti i passaggi dedicati all’ex direttore de L’Avanti. Un uomo “allarmante”, lo definiscono, capace di “continuare a delinquere pur trovandosi ‘dall’altro capo del mondo’, come egli stesso afferma” e che, dunque, deve andare in carcere. E ancora: un individuo dalla ”personalità spregiudicata…capace di attuare il doppio gioco per perseguire il proprio utile personale non solo a scapito del destinatario della condotta delittuosa ma addirittura in danno del concorrente nel medesimo reato”.

Anche il ruolo di Lavitola, secondo il Riesame, è chiaro, anche se entra nella vicenda in un secondo momento. E’ quello di ”intermediario” tra il Cavaliere, “cui era legato da un rapporto esclusivo e particolarmente stretto e di cui era ‘interlocutore privilegiato”, e Tarantini, nel momento in cui Patrizia D’Addario svela le serate nelle residenze del premier.

“Fin dal principio della vicenda – è scritto nell’ordinanza – si era posto nella posizione di ‘indispensabile” intermediario…ostentando il proprio legame privilegiato” con il capo del governo “per poi ‘lucrare’ parte delle somme versate da Berlusconi e dirette al Tarantini”.