Lavoratore ridicolizzato dal capo, l’azienda risarcisce per mobbing

Pubblicato il 30 Marzo 2010 11:37 | Ultimo aggiornamento: 3 Maggio 2010 23:28

Ha diritto al risarcimento del danno per mobbing da parte dell’azienda il lavoratore che viene preso di mira e ridicolizzato da un capo davanti ai colleghi. Lo ha stabilito la corte di cassazione che ha respinto il ricorso di un’azienda torinese che non aveva tutelato un dipendente dall’atteggiamento di un direttore che lo aveva preso di mira, spesso mettendolo in ridicolo davanti agli altri dipendenti.

L’uomo veniva ridicolizzato dal direttore dello stabilimento e sempre più spesso «adibito a lavori molto gravosi rispetto a quelli svolti in passato, nella indifferenza e complicità del rappresentante legale della società». A un certo punto era anche stato licenziato. Così aveva citato in causa l’impresa e il tribunale di Pinerolo gli aveva dato ragione. Stessa sorte di fronte alla corte d’appello di torino che aveva accordato all’uomo il risarcimento del danno e la reintegrazione nel posto di lavoro.

Così la società ha fatto ricorso in cassazione ma senza successo. La sezione lavoro lo ha respinto precisando ancora una volta quali sono i parametri per accordare un risarcimento per mobbing. In particolare si legge in sentenza che «per mobbing, riconducibile alla violazione degli obblighi derivanti al datore di lavoro. Deve intendersi una condotta nei confronti del lavoratore tenuta dal datore di lavoro, o dei dirigenti, protratta nel tempo e consistente in reitera comportamenti ostili che assumono la forma di discriminazione o di persecuzione psicologica da cui consegue la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente nell’ambiente di lavoro, con effetti lesivi dell’equilibrio fisiopsichico e della personalità del medesimo».

È il sito cassazione.Net a configurare la condotta lesiva del datore di lavoro nei seguenti casi:

a) la molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio posti in essere in modo sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio;

b) l’evento lesivo della salute o della personalità del dipendente;

c) il nesso eziologico tra la condotta del datore o del dirigente e il pregiudizio all’integrità psicofisica dei lavoratore;

d) la prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio.

Nel caso sottoposto all’esame della corte i giudici torinesi hanno tenuto correttamente presenti gli elementi costitutivi della figura del “mobbing”.Insomma, la corte territoriale «ha dato compiuta ragione della sua decisione partendo da un attento esame di tutte le testimonianze raccolte, valutate sia nei loro complesso che singolarmente. Il giudice di appello, sulla scorta delle varie testimonianze, è pervenuto al convincimento che il lavoratore, a partire dal 1995, fu preso di mira dal direttore dello stabilimento e fatto oggetto di continui insulti e rimproveri, umiliato e ridicolizzato avanti ai colleghi di lavoro, adibito sempre più spesso ai lavori più gravosi (addetto ai forni) rispetto a quelli svolti in passato (addetto alla pulizia degli uffici), nella indifferenza, tolleranza e complicità del legale rappresentate della società».