Lea Garofalo non fu vittima della ‘Ndrangheta?

Pubblicato il 27 Febbraio 2012 12:50 | Ultimo aggiornamento: 27 Febbraio 2012 12:50

MILANO – Non sarebbe stata la ‘Ndrangheta ad uccidere Lea Garofalo, la pentita calabrese sciolta nell’acido nel 2009 alla periferia di Milano dopo aver collaborato con gli inquirenti. E’ questa la curiosa contraddizione del processo, ormai giunto ai dibattimenti finali. Secono i giudici, infatti, la donna non sarebbe vittima di mafia e dunque per gli imputati vale la sola aggravante della premeditazione. Alla sbarra c’è anche Carlo Cosco, convivente della donna, due suoi fratelli e altre tre persone.

Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, nel dibattimento milanese il pm Marcello Tatangelo chiederà le condanne per un delitto che al momento non presenta l’aggravante di mafia. A chiedere che invece venga inserita è il legale delle altre due parti civili costituite contro i Cosco, la madre e la sorella di Lea, che chiedono al pm e alla corte d’assise di considerare l’aggravante della finalità mafiosa.

Queste le parole dell’avvocato Roberto d’Ippolito, raggiunto dal Corriere della Sera: “Tutti i reati addebitati agli odierni imputati sono stati commessi con modalità d’azione di stampo mafioso e con il preciso scopo di agevolare l’attività di un’associazione di tipo mafioso, segnatamente della cosca di ‘ndrangheta di Petilia Policastro”.

Ma dal momento che finora il pm non ha riproposto l’accusa, quella contestazione non è più stata risollevata. E adesso il legale però insiste perché quell’imputazione venga riproposta dalla pubblica accusa. E a sostegno di questa richiesta D’Ippolito sottolinea che dopo il sequestro Lea fu interrogata per sapere cosa aveva rivelato agli inquirenti.

A riprova di ciò ci sarebbe la testimonianza di un altro pentito che ha riportato come il proponimento di uccidere e far sparire il cadavere di Lea fosse stato manifestato da Cosco “ad altri due reggenti della ‘ndrangheta calabrese”. Si intendeva far passare l’esecuzione per delitto passionale. E d’Ippolito precisa che, in questa fase, il rischio sarebbe proprio quello di agevolare un intendimento dei killer. Che si riduca tutta la vicenda a un fatto puramente “d’onore”, tenendo fuori la cosa più importante: lo stampo mafioso.