Giustizia per Lea Garofalo: sei ergastoli a chi la sciolse nell’acido

Pubblicato il 30 marzo 2012 22:16 | Ultimo aggiornamento: 31 marzo 2012 10:13

Lea Garofalo (LaPresse)

MILANO, 30 MAR – Lea Garofalo ha avuto quella ”giustizia” che per lei, vittima di un ”delitto orrendo” compiuto da ”sei vigliacchi”, aveva chiesto la Procura. Venerdì sera, infatti, al termine di un processo che ha rischiato di ripartire ‘da zero’ e poi ha avuto addirittura una accelerazione, sono arrivati sei ergastoli per quel terribile omicidio: la donna calabrese, ‘testimone di giustizia’ per aver raccontato agli inquirenti fatti di sangue di una faida di ‘ndrangheta, venne sequestrata a Milano, uccisa con un colpo di pistola a 35 anni e poi sciolta nell’acido, col corpo che, come ricostruito da una perizia, impiego’ circa 3 giorni a dissolversi completamente.

”Una pagina di giustizia e verita”’ e’ stata scritta anche per Denise, la figlia ventenne di Lea, come lei stessa ha scritto in una nota affidata al suo avvocato Vincenza Rando. Una ”giustizia” che la ragazza, teste chiave dell’accusa, ha potuto ascoltare ‘nascosta’ (vive oggi sotto protezione), mentre i giudici leggevano la sentenza, in un corridoio tra l’aula della Corte d’Assise di Milano e la camera di consiglio, con a fianco il suo legale e il presidente di Libera Don Luigi Ciotti.

Dalla camera di consiglio i giudici (presidente Anna Introini) sono usciti in serata per infliggere 6 condanne al carcere a vita per Carlo Cosco, l’ex compagno di Lea che ha perso anche la patria potesta’ su Denise, per i suoi due fratelli Vito Sergio Cosco e Giuseppe Cosco e per gli altri tre complici Carmine Venturino, Massimo Sabatino e Rosario Curcio. Per i primi 2 anni di isolamento diurno, 1 anno per gli altri 4. L’ex convivente di Lea, che non ha avuto reazioni alla lettura del dispositivo, ha provato fino all’ultimo a difendersi: ”Questo omicidio non l’ho commesso mai, mai, mai”. E le difese avevano cercato di sostenere la tesi dell’allontanamento volontario della donna.

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La ricostruzione dell’accusa, che ha retto oggi il vaglio dei giudici, l’ha fornita invece il pm Marcello Tatangelo in 14 ore di requisitoria, incentrata su questo rarissimo caso di ‘lupara bianca’ a Milano. Comune a cui e’ stato assegnato un risarcimento di 25 mila euro (disposta anche la pubblicazione della sentenza nell’albo comunale e nel sito del Ministero). Risarcimenti anche per Denise e per la madre e la sorella di Lea, rappresentate dall’avvocato Roberto D’Ippolito. Sequestrata il 24 novembre del 2009, Lea, ha spiegato il pm, venne ”legata e torturata” per sapere cosa sapesse e cosa avesse raccontato di un omicidio avvenuto nel ’95”.

”Le hanno sparato in testa” il giorno dopo. E poi ”probabilmente (e’ stato un processo senza cadavere, ndr) dentro una fossa biologica” di un magazzino tra Milano e Monza ”l’hanno sciolta in 50 litri di acido”, sorvegliando ”per tre giorni” che il suo corpo arrivasse alla ”totale dissoluzione”. Carlo Cosco il ”mandante” che, secondo l’accusa, aveva in mente di ”farla sparire” sin dal 2001 e che ci aveva gia’ provato a Campobasso, attiro’ Lea e la figlia a Milano, promettendo alla ragazzina che le avrebbe comprato vestiti. E la madre – che nella primavera 2009 aveva deciso di uscire dal programma di protezione per riaprire un contatto con l’ex compagno e vedere se ”avrebbe potuto salvarsi” – cadde nella ‘trappola’. Le ultime immagini di lei in vita, filmate dalle telecamere, la vedono salire sulla macchina di Carlo Cosco in zona Arco della Pace. Poi le sue tracce si perdono per sempre.

Le seguono gli investigatori che, coordinati dall’aggiunto Alberto Nobili, attraverso le dichiarazioni di alcuni pentiti e grazie alla voce di Denise, arrivano agli arresti, nell’ottobre 2010, per l’omicidio della donna. Cosi’ l’ha dipinta il pm: ”Donna fragile con un’infanzia e un’adolescenza terribili, con il padre ucciso quando aveva 9 mesi, con una nonna che le insegnava che il ‘sangue si lava col sangue”’. Fatta fuori per un mix di ”odio personale” e ”rancore criminale”.

Polemiche c’erano state per il rischio che questo processo si arenasse quando il cambio del presidente della Corte (Filippo Grisolia e’ andato a fare il capo di Gabinetto al Ministero) avrebbe potuto far ripartire il processo, con la scadenza dei termini di custodia cautelare a luglio. E invece il nuovo presidente ha impartito un altro ‘ritmo’ ed e’ arrivata giustizia.