I morti in Liguria, i crolli di Pompei: non date la colpa alla pioggia

di Warsamé Dini Casali
Pubblicato il 27 ottobre 2011 13:22 | Ultimo aggiornamento: 28 ottobre 2011 8:32

ROMA – Il mar ligure, come lo si vede dall’elicottero è diventato marrone: le frane hanno cancellato un pezzo delle Cinque Terre, sei persone sono morte, sette sono state dichiarate disperse. Ma non è stata la pioggia, le bombe d’acqua che hanno sommerso Monterosso a portarsi via il piano straordinario da 2,5 miliardi per gli interventi più urgenti contro il dissesto idrogeologico e le alluvioni. A Pompei, nel frattempo, è venuto giù un altro pezzo di quello che è considerato con enfasi bugiarda, quando c’è il sole, patrimonio dell’umanità: è crollato il muro della Villa di Diomede. Ironia della sorte proprio ieri il ministro dei Beni culturali, Giancarlo Galan, ha confermato che i soldi per il piano di interventi straordinari su Pompei ci sono: si tratta di 105 milioni di euro e sono tutti per rimettere in sesto l’area archeologica, afflitta dai crolli. Cioè un piano di intervento già programmato (Pompei è crollata per l’eruzione del Vesuvio la prima volta nel 79 dopo Cristo, ma negli ultimi anni ha subito vari sistematici crolli dell’area archeologica).

Il direttore del Censis, Giuseppe Roma, offre un dato statistico inoppugnabile e una spiegazione plausibile. Scrive sul Sole 24 Ore: “Una media di sette inondazioni all’anno, nell’ultimo ventennio, non possono essere considerate semplici disgrazie, patologie dovute all’eccessiva antropizzazione e ai cambiamenti climatici. […] Vanno attribuiti alla incapacità di organizzare un processo complesso”. La pressione demografica connessa alla domanda abitativa, l’abusivismo conseguente, non bastano a spiegare i disastri. Sotto accusa va messa l’inefficiente moltiplicazione dei soggetti deputati agli interventi e alla prevenzione dei rischi. Troppe sono le sovrapposizioni di competenze: Ministero dell’Ambiente, Mef, Protezione Civile, Regioni, Comuni, Province, autorità delle reti idriche, dei parchi, consorzi di bonifica, Università….l’elenco è interminabile. Tutti insieme succhiano soldi che spendono solo per gli stipendi e si pestano i piedi fra di loro.

Altri dati: la stima per la messa in sicurezza del territorio è approssimata a 44 miliardi di euro. Negli ultimi dieci anni abbiamo investito nella manutenzione del Paese non più di 4 miliardi. In compenso gli interventi di emergenza nell’ultimo ventennio ci sono costati 22 miliardi, sufficienti a ripagare solo un terzo dei danni. E dopo una lunghissima scia di morti, feriti, dispersi, tutte vittime dell’incapacità di vedere un po’ più in là di una scadenza elettorale. Senza contare i danni alle cose, alle attività produttive, alle colture.

I ripetuti tagli di bilancio hanno fatto il resto. I soldi erano compresi nel salvadanaio dei Fondi per le aree sottoutilizzate. I tagli lineari o orizzontali lo hanno svuotato. Ma nel disastro del territorio mutilato il vero colpevole è anche, e soprattutto, l’assuefazione e il fatalismo di noi tutti. Contestiamo qualsiasi limite e restrizione avvertiti come un’indebita ingerenza dello Stato accentratore e prepotente, salvo poi lamentarci con la stessa rabbia per i mancati interventi sul territorio dello stesso Stato, stavolta giudicato assente.