Liliana Segre: “Ad Auschwitz ero solo numero 75190 tatuato su braccio”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 9 Ottobre 2020 12:21 | Ultimo aggiornamento: 9 Ottobre 2020 12:33
Liliana Segre: "Ad Auschwitz ero solo numero 75190 tatuato su braccio"

Liliana Segre: “Ad Auschwitz ero solo numero 75190 tatuato su braccio” (Foto Ansa)

“Ad Auschwitz ero solo numero 75190 tatuato su braccio”. Lo dice la senatrice a vita Liliana Segre aggiungendo di non aver mai perdonato quanto le è stato fatto.

Liliana Segre parla di Auschwitz e di quanto le è successo durante la prigionia nel campo di concentramento. “Non ho mai perdonato, come non ho dimenticato, certe cose non sono mai riuscita a perdonarle”, spiega la senatrice a vita nella sua ultima testimonianza pubblica alla Cittadella della pace di Rondine, vicino Arezzo.

“Il campo di sterminio funzionava alla perfezione, da anni, non c’era il minimo errore. Cominciammo a capire che dovevamo cominciare a dimenticare il proprio nome, che nella tradizione ebraica ha un significato. Mi venne tatuato un numero sul braccio e dopo tanti anni si legge ancora bene, 75190. E dovemmo subito impararlo in tedesco”.

Quindi Liliana Segre prosegue: “Quando entrai ad Auschwitz non avevo ancora studiato Dante, lo studiai dopo, ed eravamo condannate a delle pene ma non c’era il contrappasso: pensavo di essere impazzita. Non racconto mai tutti i dettagli della mia prigionia”.

“A 13 anni ero una ragazzina e mi dettero qualche anno in più, così fui scelta con altre 30 ragazze italiane ebree – ha aggiunto -. Tutte le altre andarono alle camere a gas e così successe con gli uomini. Scesi dal treno vidi mio padre lo salutai e non lo vidi mai più”.

“Ci volevano far diventare disumani”

Nel lager, racconta ancora Liliana Segre, “quando non si ha niente, si ha solo il proprio corpo che dimagrisce a vista d’occhio, è molto difficile, salvo che nei romanzi, formare amicizie perché la paura di morire per un passo falso o un’occhiata, ti fa diventare quello che i tuoi aguzzini vogliono che tu sia: che tu diventi disumana, egoista. Dopo il distacco da mio padre il terrore di diventare amico di qualcuno e poi perderlo mi faceva preferire la solitudine, io avevo paura di perdere ancora qualcosa”. 

“Quando si toglie l’umanità alle persone bisogna astrarsi e togliersi da lì col pensiero se si vuole vivere. Scegliere sempre la vita. Io sono viva per caso. Perché tutte sceglievano la vita, poche quelle che si sono suicidate anche se era facilissimo”. (Fonti Ansa e Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev).