Lucio Petrizzi, il papà che dimenticò la piccola Elena in auto: “Cantavamo, poi smise”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 18 Giugno 2013 10:41 | Ultimo aggiornamento: 18 Giugno 2013 10:44

Lucio Petrizzi, il papà che dimenticò la piccola Elena in auto: "Cantavamo, poi smise"ROMA – “Eravamo in macchina. Ricordo che fino a metà del tragitto Elena cantava Pippi Calzelunghe assieme a me, ricordo il rallentare del canto… Ho pensato che si fosse addormentata e ho continuato a guidare verso l’asilo, a quel punto concentrato sulle incombenze delle giornata. Casistica clinica, lezioni, studenti da seguire, trasferimento nella nuova sede. E poi la ristrutturazione della casa, mia moglie Chiara incinta di otto mesi…”. A parlare è Lucio Petrizzi, il papà della piccola Elena, la bambina di 18 mesi dimenticata in macchina proprio dal padre, sotto al sole, per sei ore, e morta pochi giorni dopo.

La tragedia accadde a Teramo il 18 maggio del 2011. Oggi, oltre 2 anni dopo, il padre racconta al Corriere della Sera cosa successe quella giornata:

“Quella mattina ho visto da lontano colleghi che stavano nel parcheggio a parlare e in quel momento tutta la mia attenzione è stata catturata da loro. I colleghi sono diventati in un istante il mio pensiero prevalente e seguendo quel pensiero sono entrato nel cortile dell’università e ho parcheggiato. È un meccanismo neurofisiologico, si sconnette la coscienza, si fanno le cose in automatico. Li ho salutati, siamo saliti assieme in ufficio, avevo in testa quello che dovevamo fare durante la mattina. Elena era scomparsa dalla mia mente, per me era all’asilo, al sicuro.

Sono sceso per la pausa pranzo e quando sono salito in macchina ho sentito un rumore, un gemito. Per un istante ho pensato che un cane fosse entrato nell’auto, poi mi si è accesa la lampadina, mi è piombato addosso il terrore, è stato come se il sangue non circolasse più. Ma io l’ho capito subito, quando l’ho presa, che non c’era più nulla da fare. Era completamente incosciente, ricordo che ho cominciato a chiamarla, l’ho abbracciata, ho cercato di rianimarla, di raffreddarla, di fare la respirazione bocca a bocca…”.