Luigi Capasso, un sospetto: se non era Carabiniere forse Martina e Alessia ancora vive

di Lucio Fero
Pubblicato il 1 marzo 2018 10:58 | Ultimo aggiornamento: 1 marzo 2018 17:08
Luigi Capasso a Cisterna di latina, un sospetto: se non era Carabiniere forse Martina e Alessia ancora vive

Luigi Capasso, un sospetto: se non era Carabiniere forse Martina e Alessia ancora vive (foto Ansa)

ROMA – Luigi Capasso, nelle sequenze della sua drammatica storia un sospetto: quello che sia stata la sua divisa, il suo essere Carabiniere, a fermare chi lo doveva fermare. Una sorta di comprensibile pregiudizio positivo nei confronti di un uomo che era un tutore dell’ordine pubblico. Pregiudizio positivo e rispetto che possono aver accentuato la prudenza, la leggerezza, la sostanziale inconsistenza delle azioni per fermarlo. Fermarlo prima che riducesse in fin di vita la moglie, fermarlo prima che sparasse nel sonno alle sue due figlie.

Forse, non fosse stato Luigi Capasso un uomo con la divisa, Polizia, Carabinieri stessi, parroco, assistenti sociali, parenti e amici della famiglia ora sterminata non si sarebbero fermati alle buone e nei fatti surreali parole per far tornare insieme marito e moglie. Forse, fosse stato Luigi Capasso in uomo in borghese, qualcuno avrebbe fatto qualcosa, quel qualcosa che si poteva, ad esempio il ritiro della pistola. Forse, non fossero stati tutti così prudenti con l’Appuntato Scelto Luigi Capasso, Martina e Alessia sarebbero ancora vive. O forse no, ma a leggere la storia il sospetto viene.

C’è una sequenza raccontata da Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera. E’ il 29 gennaio, Luigi Capasso aspetta la moglie Antonietta Gargiulo sotto casa, lei chiama il 118 (ci sono stati fatti precedenti che l’autorizzano ad aver paura e a pensare a un appostamento cui seguiranno violenze). La Volante del 118 arriva, identifica e facilmente accetta la versione di Capasso che dice essere lì non per la moglie ma per incontrare amici. Dubitare di quel che dice un Carabiniere è più difficile, volergli credere anche a dispetto dell’evidenza è più facile.

E infatti gli credono, gli vogliono credere in Questura dove Luigi Capasso è chiamato a spiegare perché si apposta e malmena la moglie davanti alla fabbrica dove lei lavora in presenza di testimoni. Lui dice che non lo farà più, che è pentito, che vuole tornare a casa. Come si fa a non credere a un papà pentito che è pure un collega in divisa? Su, diamo una mano a ricomporre questa famiglia, magari ci sarà scappato pure qualche solidale commento tra mariti su queste mogli testarde.

Stessa linea di condotta,  quanto raccontano le cronache, tra i Carabinieri stessi. Nulla di ufficiale ovviamente ma non si smentisce quel che in fondo è plausibile: qualche superiore di Capasso che gli parla, cerca e usa parole, buone parole. Al fine di quella che viene definita una “bonaria composizione” e questa formula usata nelle cronache dà alla ricostruzione un leggero ma sincero timbro di ufficialità.

E così pare proprio abbia fatto il parroco (Antonietta Gargiulo era una donna di preghiera, come anche Luigi Capasso), tentare di riunire la famiglia. E che altro deve fare un parroco? Tutti hanno voluto credere fosse una crisi familiare componibile con buone azioni e buone parole.

Certo, a dire il contrario c’era una qualche evidenza. C’erano le cose che Antonietta Gargiulo aveva detto prima in Questura a Latina e poi in Commissariato a Cisterna, aveva detto di essere stata minacciata, percossa, inseguita. Aveva detto di aver paura, per se stessa e le figlie. Aveva detto agli uomini in divisa e della giustizia di proteggerla. Ma non l’aveva detto come si deve. Non aveva fatto denuncia, solo esposto. La differenza che ha consentito a tutti di proteggere lei e le sue due figlie con un: coraggio, dai rimettetevi insieme, fate pace…

Antonietta Gargiulo non aveva fatto denuncia, dice avvocato che la assisteva nella separazione, per non far perdere il posto di lavoro e la divisa a Luigi Capasso che, dicono le cronache, aveva già avuto qualche mancanza in curriculum. Forse è andata davvero così, forse no. Forse Antonietta ha semplicemente sbagliato a non denunciare, errore purtroppo comune a molte donne in situazioni analoghe.

Ma non ci voleva una denuncia per inibire sia pure momentaneamente a Luigi Capasso l’uso della pistola d’ordinanza. Bastava non voler credere fosse un litigio-crisi marito-moglie magari un po’ nervosetti cui far fare pace. Bastava non fidarsi del tutto e magari per pregiudizio positivo di quel che diceva Capasso e bastava fidarsi un po’ di più di quel che diceva Antonietta Gargiulo. Ma lei era donna e lui Carabiniere…

C’è un’altra scena, stavolta dalla cronaca e non dalle cronache: sono le prime ore del mattino del giorno della mattanza, Capasso ha appena sparato alla moglie e sono giù, ai piedi dello stabile, non sono in casa, l’appartamento è relativamente lontano, lontano molti passi. Capasso prende la borsa della moglie che agonizza ma lo vede, vede cosa sta facendo. Sta cercando le chiavi di casa. Le chiavi che non ha più. Le cerca, le vuole. E Antonietta Gargiulo capisce perché le vuole: Capasso vuole le figlie. Vuole le figlie morte.

A Martina e Alessia il padre spara non nelle sequenza allucinata di uno scaricare l’arma su chiunque dopo aver centrato la moglie. No, Capasso ha tempo e modo di pensarci. Cerca le chiavi che non ha per entrare in appartamento. Cerca e trova le chiavi e poi sale, apre, spara alle figlie mentre dormono.

Chiunque si occupi professionalmente di delitti sa che senza alcun dubbio un comportamento simile non è mai, mai del tutto estemporaneo e improvviso. Chiunque poliziotto, criminologo, investigatore, psicologo, sociologo, perfino giornalista sa che un uomo che cerca le chiavi per entrare in casa ad ammazzare le figlie è senz’altro un uomo che ha dato in precedenza ampi segnali della sua potenziale violenza. Antonietta Gargiulo lo sapeva e lo aveva detto, ma le hanno risposto: facci pace. E ora Martina e Alessia non riposano in pace, anche grazie a quella risposta.