Mafia, sequestrati beni ai clan per 22 milioni di euro

Pubblicato il 15 Novembre 2010 8:03 | Ultimo aggiornamento: 15 Novembre 2010 10:25

I carabinieri del Ros hanno sequestrato beni per un valore di 22 milioni, riconducibili ai clan dei Madonia e dei Di Trapani, appartenenti al ‘mandamento’ mafioso palermitano di Resuttana.

I provvedimenti di sequestro, disposti dal Tribunale di Palermo su richiesta della Dda, derivano dall’indagine che ha portato all’arresto degli esponenti di spicco dell’organizzazione criminale come i figli del capo mandamento Francesco Madonia. Gli inquirenti hanno individuato e proposto il sequestro dei patrimoni accumulati, costituiti da aziende edili, attività commerciali, quote societarie, abitazioni, terreni, numerose autovetture e un cavallo da corsa a cui avevano dato il nome di Iraq.

I sequestri sono stati effettuati a Palermo e nei comuni di Cinisi, Carini e Isola delle Femmine. Il patrimonio finito sotto i sigilli è riconducibile ai fratelli Madonia e Di Trapani, all’imprenditore Vincenzo Sgadari e a Massimiliano Lo Verde, già raggiunti da ordinanze di custodia cautelare emesse il 5 dicembre 2008 e il 3 aprile 2009, per associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni e altri reati. Le indagini hanno documentato il ruolo di vertice della famiglia Madonia nelle strategie di Cosa nostra e l’evoluzione della gestione del mandamento di Resuttana, in cui si erano avvicendati Giovanni Bonanno, Diego Di Trapani e Salvatore Genova, designati da Antonino Madonia in accordo con Salvatore Lo Piccolo, all’epoca principale esponente della mafia palermitana.

Secondo quanto accertato dalle indagini, Francesco Madonia (deceduto nel marzo di tre anni fa), i figli Antonino, Giuseppe e Salvatore, e il cognato di quest’ultimo, Nicolò Di Trapani, nonostante fossero sottoposti al regime del 41 bis, continuavano a dirigere il clan, tramite i periodici colloqui con i familiari e un fitto scambio di corrispondenza. Per quanto riguarda Sgadari, l’imprenditore ha svolto il ruolo di intermediario nella soluzione di una controversia tra Giovanni Bonanno e Francesco Di Pace, per la gestione della cassa comune della famiglia mafiosa di Resuttana, e sarebbe stato un tramite attraverso il quale i latitanti Salvatore e Sandro Lo Piccolo, comunicavano le proprie direttive all’intera organizzazione criminale. Sgadari era anche l’intestatario di complessi residenziali, fabbricati rurali, terreni magazzini e locali commerciali.