Magistrati destituibili se accettano favori da imputati. La sentenza della Corte Costituzionale

di Redazione Blitz
Pubblicato il 12 Novembre 2018 13:40 | Ultimo aggiornamento: 12 Novembre 2018 13:40
Magistrati destituibili se accettano favori da imputati. La sentenza della Corte Costituzionale

Magistrati destituibili se accettano favori da imputati. La sentenza della Corte Costituzionale

ROMA – E’ legittimo destituire il magistrato che accetta favori da imputati in processi pendenti nella propria sede giudiziaria. Lo ha deciso la Corte Costituzionale stabilendo che, in questo caso, la rimozione automatica del magistrato non è contraria alla Costituzione. Le questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla Sezione disciplinare del Csm sono state giudicate non fondate. La destituzione è la massima sanzione disciplinare prevista dall’ordinamento per i magistrati.

La decisione è contenuta nella sentenza con la sentenza n. 197 depositata oggi (redattore Francesco Viganò) ed è relativa alle questioni sollevate dal Csm nell’ambito di due procedimenti concernenti magistrati incolpati di avere ricevuto benefici di varia natura da imputati in procedimenti penali pendenti presso le rispettive sedi giudiziarie. Secondo la Corte, la norma che prevede la sanzione disciplinare della rimozione non lede il principio di eguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione, poiché non determina alcuna irragionevole discriminazione in danno del magistrato autore dell’illecito disciplinare in questione rispetto a chi abbia commesso altri illeciti disciplinari per i quali non è prevista la sanzione dell’automatica rimozione.

La norma – spiega la Consulta in una nota – non può, d’altra parte ritenersi intrinsecamente irragionevole in ragione dell’automatismo nell’irrogazione della massima sanzione disciplinare prevista dall’ordinamento per i magistrati. La Corte ha sottolineato, in proposito, che ai magistrati è “affidata in ultima istanza la tutela dei diritti di ogni consociato” e che proprio per tale ragione essi “sono tenuti – più di ogni altra categoria di funzionari pubblici – non solo a conformare oggettivamente la propria condotta ai più rigorosi standard di imparzialità, correttezza, diligenza, laboriosità, riserbo ed equilibrio nell’esercizio delle funzioni, ma anche ad apparire indipendenti e imparziali agli occhi della collettività, evitando di esporsi a qualsiasi sospetto di perseguire interessi di parte nell’adempimento delle proprie funzioni. E ciò per evitare di minare, con la propria condotta, la fiducia dei consociati nel sistema giudiziario, che è valore essenziale per il funzionamento dello Stato di diritto”.

Condotte come quelle in considerazione – ha concluso la Corte – creano un oggettivo pericolo di distorsione dell’attività giurisdizionale in favore del soggetto che ha corrisposto prestiti o agevolazioni al magistrato, e comunque scuotono la fiducia della collettività nell’indipendenza e imparzialità dello stesso ordine giudiziario.