Martina Rossi, i giudici: “Non scappava quando precipitò nel vuoto”

di redazione Blitz
Pubblicato il 28 Luglio 2020 16:41 | Ultimo aggiornamento: 28 Luglio 2020 16:41
Martina Rossi, i giudici: "Non scappava quando precipitò nel vuoto"

Martina Rossi (nella foto Ansa), i giudici: “Non scappava quando precipitò nel vuoto”

Martina Rossi non scappava quando precipitò nel vuoto dal balcone di un albergo di Maiorca, morendo. Lo sostiene la Corte d’Appello di Firenze.

“L’esclusione a cui la Corte è pervenuta del tentativo di fuga” di Martina Rossi e la non provata commissione” della tentata violenza “non possono dunque che portare a ritenere carente la prova” del reato.

E’ quanto si legge nella motivazione della sentenza che il 9 giugno scorso ha assolto Luca Vanneschi e Alessandro Albertini, condannati in primo grado a sei anni di reclusione per la morte di Martina Rossi, la studentessa genovese di vent’anni deceduta il 3 agosto 2011.

La tesi dell’accusa: “Martina fuggiva ad un tentativo di stupro”

Per l’accusa Martina sarebbe caduta dal terrazzo mentre cercare di sfuggire a un tentativo di stupro dei due imputati. La Corte d’appello ha ritenuto, in base anche alla testimonianza di una cameriera spagnola che riferì di aver visto Martina scavalcare il balcone e di lasciarsi cadere, che la giovane non precipitò tentando di scappare.

Per i giudici invece “un’aggressione di carattere sessuale non può, invero, neppure del tutto escludersi”. Ma appunto “la caduta della ragazza con le modalità emerse è elemento non coerente con tale ipotesi”, è “dissonante”, non “si salda logicamente con essa”.

Inoltre l’ipotesi del tentativo di violenza si fonda, per la corte, soltanto su due elementi. Il fatto che Martina fosse in mutandine quando è precipitata e che Albertoni avrebbe avuto graffi sul collo. Due elementi “troppo poco significativi” perché “possa da essi soltanto desumersi una condotta diretta al compimento di una violenza sessuale”.

Secondo i giudici d’appello poi quanto accaduto a Martina è stato oggetto di un’indagine “sorta e conclusa in Spagna, ripresa e sviluppata a Genova e nuovamente sviluppata e conclusa ad Arezzo, con esiti di volta in volta quanto più contraddittori tra loro, pur se in base, in sostanza, alle medesime risultanze, ciò che vale indirettamente a confermare la scarsa e quindi opinabile valenza indiziaria, per la loro incoerenza , degli elementi acquisiti”. (Fonte: Ansa)