Massimo Giuseppe Bossetti, racconto di una donna: “Nell’auto con lui c’era Yara”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 28 febbraio 2015 8:28 | Ultimo aggiornamento: 28 febbraio 2015 8:28
Massimo Giuseppe Bossetti, racconto di una donna: "Nell’auto con lui c'era Yara"

Massimo Giuseppe Bossetti

BERGAMO – Nelle carte dell’inchiesta per l’omicidio di Yara Gambirasio, chiusa il 26 febbraio, c’è il racconto di una donna, ritenuto fondamentale dagli investigatori. La donna, 59 anni della Val Cavallina, in provincia di Bergamo, ha raccontato, come svela l’Eco di Bergamo, di aver visto tra settembre e agosto 2010, nel parcheggio del cimitero di Brembate Sopra, davanti al centro sportivo dove si allenava Yara, “un’auto di colore grigio chiaro modello station wagon (Bossetti ha una Volvo familiare di quel colore, ndr)” condotta da un uomo “dell’età apparente di 35/40 anni, con viso scavato, mento affilato e capelli castano chiari», che l’aveva «particolarmente impressionata per gli occhi chiari”.

“Pochi istanti dopo – scrivono gli investigatori – la signora ha notato entrare di corsa nel parcheggio una ragazza che si infilava nella macchina dello sconosciuto”. La giovane “dell’apparente età fra i 13 e i 15 anni, alta circa 1,60, di corporatura snella aveva i capelli castano chiari, lunghi fino alle spalle e leggermente mossi. Aveva le guance rosse e portava l’apparecchio per la correzione dei denti”.

La donna pensa che siano padre e figlia, ma subito dopo è colta da qualche dubbio: quando passa a piedi accanto alla station wagon, la ragazza le volta le spalle “quasi non volesse farsi vedere”, mentre l’uomo “continuava a guardarla”. Lo sguardo di quell’uomo le torna in mente nel giugno 2014, con l’arresto di Bossetti. Se davvero quei due erano Bossetti e Yara, vuol dire che si conoscevano e che la sera del 26 novembre 2010, la ginnasta tredicenne potrebbe essere salita sul furgone senza che quest’ultimo la costringesse.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la sera del 26 novembre 2010, Bossetti avrebbe colpito la ragazzina con pugni o con un corpo contundente sul capo, per poi ferirla con uno oggetto acuminato, che fa pensare ad un “cutter” (un arnese da taglio, ndr), utilizzato nei cantieri edili, abbandonandola agonizzante nel campo di Chignolo d’Isola, dove poi è morta.