Massimo Giuseppe Bossetti: tutte le bugie. Lampade solari, lavoro, discoteca…

di Redazione Blitz
Pubblicato il 30 Giugno 2014 9:16 | Ultimo aggiornamento: 30 Giugno 2014 9:16

BERGAMO – L’immagine che Massimo Giuseppe Bossetti, il presunto omicida di Yara Gambirasio, ha cercato di dare di sé sembra scricchiolare. Non solo lavoro e famiglia, ma anche diverse serate passate da solo nei discopub della zona, una passione per il ballo latino-americano e le lampade abbronzanti. Ma anche assenze ingiustificate dal lavoro. Proprio l’omertà di Bossetti, su questi aspetti marginali della sua vita, ha però insospettito gli investigatori.

Secondo quando riporta “Il Corriere della Sera”, gli inquirenti stanno cercando di capire come mai particolari apparentemente marginali siano stati tenuti segreti da Bossetti, soprattutto perché avrebbero potuto spiegare la sua presenza a Brembate Sopra. A cominciare dalla passione per le lampade solari che avrebbe effettuato due volte a settimana per lungo tempo in un centro estetico vicino a casa di Yara Gambirasio.

Bossetti ha anche riferito di aver visto di fronte al centro sportivo dove andava Yara, mentre passava attorno alle 17:45, dei “furgoni con delle grosse parabole”, ossia quelli delle emittenti televisive che erano accorse sul luogo per fare i collegamenti news. Ma l’allarme per la scomparsa di Yara Gambirasio, a quanto risulta agli investigatori, fu diffuso solo verso le 20. E quindi le televisioni andarono solo il giorno dopo davanti al centro sportivo per fare le dirette.

Inoltre sarebbe arrivata in Procura una soffiata sulle abitudini serali di Bossetti . Il muratore di Mapello avrebbe passato intere serate in un discopub della Bassa Bergamasca, a circa 25 km da casa sua, dove si fa musica latino-americana. Il titolare del locale non ha però confermato ai carabinieri, spiegando che quella di Bossetti non sarebbe stata una faccia nota.

Un’immagine diversa di Massimo Giuseppe Bossetti arriva anche dai racconti di alcuni colleghi. “Qualche volta Bossetti ci diceva che aveva da fare e se ne andava, spariva dal cantiere e no, non sappiamo dove. Uno di noi l’aveva soprannominato il caciabale, o qualche cosa del genere”, ha raccontato infatti a “Repubblica” uno dei muratori che hanno lavorato insieme al 44enne.