Massimo Giuseppe Bossetti, un mese in carcere: il Dna, le analisi, le lacune

di Redazione Blitz
Pubblicato il 14 Luglio 2014 18:13 | Ultimo aggiornamento: 14 Luglio 2014 18:13
Massimo Bossetti

Massimo Bossetti

MILANO – Massimo Bossetti, 44 anni, padre di tre figli, si trova in carcere ormai da quasi un mese: il 15 giugno scorso, gli investigatori finsero un controllo casuale con l’etilometro e poche ore dopo i consulenti della Procura ebbero la certezza, in base al Dna, che Ignoto Uno era lui e lo fermarono per l’omicidio di Yara Gambirasio, scomparsa da Brembate il 26 novembre del 2010 e trovata uccisa tre mesi dopo in un campo di Chignolo d’Isola, a poca distanza.

IL DNA: è identico a quello del suo padre naturale, l’autista di autobus Giuseppe Guerinoni, morto nel ’99, che avrebbe avuto una relazione con la madre di Bossetti, Ester Arzuffi ed è stato determinante individuare la donna facendo uno screening tra i campioni prelevati. Il Dna è la pietra angolare di un’inchiesta ancora alla ricerca di un contatto tra l’arrestato e la vittima precedente alla scomparsa. Una pietra angolare che i suoi avvocati, Silvia Gazzetti e Giovanni Salvagni, hanno intenzione di contestare in un processo con la ripetizione dell’esame che potrebbe incastrare definitivamente il muratore, oppure smontare la ricostruzione dell’accusa. L’uomo cerca di dare una spiegazione alla presenza del suo Dna su corpo di Yara: perde sangue dal naso e questo potrebbe essere finito su un suo attrezzo utilizzato da qualcun altro per infierire sulla ragazzina. I suoi colleghi, però, non ricordano attrezzi spariti dal cantiere di Palazzago, dove lavorava, in quei giorni.

LE ANALISI SU AUTO E FURGONE: Altri punti certi potrebbero venire dalle analisi sui reperti trovati dal Ris sulla Volvo di Bossetti e sul suo autocarro. Il muratore racconta che il 26 novembre a bordo del suo furgone tornò dal cantiere di Palazzago in cui lavorava, diretto a Mapello dove abita, ed è per questo che passò per Brembate lasciando traccia del suo telefono cellulare agganciando la cella di Mapello, la stessa agganciata da Yara. Un percorso più lungo- gli si contesta – ma più scorrevole, sostiene la difesa. La tredicenne, per l’accusa, dovrebbe essere salita a bordo dell’autocarro e sue tracce a bordo della Volvo di Bossetti rappresenterebbero inequivocabilmente che il muratore e Yara si erano già visti. Per affrontare le analisi, la difesa ha nominato una sua consulente, Sarah Gino.

LE LACUNE NEL RACCONTO DI BOSSETTI: Gli indizi a suo carico sono le numerose incongruenze nel suo racconto che certamente sono state sufficienti per tenerlo in carcere ma che, forse, non potrebbero bastare in un dibattimento: la sua telefonata alla madre da Chignolo d’Isola il 6 dicembre, quando in carcere si trovava l’incolpevole Mohamed Fikri, poi scarcerato. Bossetti ha detto che si trovava lì perché era la strada che percorreva per comperare materiale edile, ma in quel periodo non risultano acquisti. C’e’ poi la sosta nel campo di Chignolo, con la moglie, dopo il ritrovamento di Yara. “semplice curiosità”, spiega Bossetti. A Brembate andava di rado, ma testimoni hanno riferito di averlo visto più volte nel paese di Yara. Tutti dubbi che si ripresenteranno inevitabilmente davanti alla Corte d’assise.