Matrimoni: 70% rinviati per impossibilità festeggiare. Ci si sposa per la festa?

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 19 Ottobre 2020 10:11 | Ultimo aggiornamento: 19 Ottobre 2020 10:11
Festa privata ai tempi del Coronavirus: il fuggi fuggi alla prima comunione, le nozze divise in tre

Festa ai tempi del Coronavirus: il fuggi fuggi alla prima comunione, le nozze divise in tre (Foto d’archivio Ansa)

Matrimoni: sette su dieci rinviati per impossibilità festeggiare. Dunque per la gran parte delle coppie un matrimonio con trenta invitati non vale la pena, è un matrimonio impossibile da farsi.

E così, effetto collaterale dell’epidemia, si vede nitido e chiaro che ci si sposa soprattutto per la festa. Matrimoni, la festa sono le nozze. No festa, no nozze.

MATRIMONI: NO FESTA , NO NOZZE

E deve essere festa grande, trenta non bastano. Non è festa solo con i testimoni, le famiglie, gli amici carissimi. No, ci vogliono tutti parenti (tranne quelli con cui non corre buon sangue) e tutti gli amici e conoscenti. Alla festa-ricevimento occorre mostrare abbondanza. Di ogni cosa, persone comprese. La si fa per questo la festa di nozze, per mostrare abbondanza. Abbondanza è status. E il rinvio di massa delle nozze perché No Festa, No Nozze mostra come un valore precipuo della società contadina (l’abbondanza il, giorno delle nozze) sia vivo e vegeto e solido nella liquidissima società post industriale, anzi digitale.

I FURBETTI DEL PALLONCINO

I furbetti del palloncino sono stamane dolenti. Hanno ballato (giocato) una sola mezza settimana. Stabilito che calcetto, calciotto, calcio in qualsiasi numero è sempre possibile fonte di contagio, i furbetti del palloncino avevano cercato e trovato un cavillo che consentisse loro di giocare. Avevano così fregato Lo Stato, il governo…Provavano la stessa sensazione di intima soddisfazione di quando ci si fa cancellare una multa, si evita una tassa. 

Si erano ingegnati tanto a fregare…se stessi, le loro famiglie, il prossimo. Effetto collaterale della epidemia anche questo mostrarsi netto e chiaro di una incontinenza indomabile: la mia voglia, il mio bisogno cancellano, azzerano il rischio e fanno di me un invulnerabile. L’incapacità, anche e soprattutto adulto di dirsi un No. Da stanotte sanno non si gioca, dovranno rassegnarsi per un po’ a minori occasioni di reciproco contagio.

E QUELLI DELL’ORARIO

Furboni dell’orario un paio quelli subito noti ma chissà quanti di più. Chiudere a mezzanotte? Va bene. Ma non c’è (non c’era) scritto quando riaprire. Quindi riapro il mio bar alle 24 e 15 minuti e sto in regola. In regola sia con il testo incompleto del Decreto che c’era, sia soprattutto in regola, anzi in prima fila nel dare una mano al contagio e magari chiuderlo, doverlo chiudere per un mese il bar.

C’è in giro un discreto, consistente umor rivendicativo. Che in caso di pandemia coincide con il proverbiale tagliarselo…per far  dispetto alla moglie. E riguarda quelli che ci si mettono d’impegno a cavillare, eludere, aggirare.

Poi c’è il carezzevole, familiare, quotidiano, amichevole “a me non mi succede”. Che si mostra ogni giorno per ogni dove. I bambini portati alla festa, mamma e papà che vanno a far struscio e negozi, i ragazzi mascherina ma solo se arriva il vigile, i negozianti che non possono fare i poliziotti se dentro si è in troppi, la signora che si è infilata, il fuori città del fine settimana…Quale parola non è chiara dell’implorazione-consiglio “state a casa”?