Mattia Torre, è morto uno degli sceneggiatori di Boris: aveva 47 anni

di Redazione Blitz
Pubblicato il 19 Luglio 2019 14:29 | Ultimo aggiornamento: 19 Luglio 2019 19:14
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Mattia Torre

ROMA – Mattia Torre, uno degli sceneggiatori di Boris, serie italiana tra le più amate, è morto dopo una lunga malattia a soli 47 anni.

Qualche tempo fa l’attore Valerio Mastandrea, ospite di Diego Bianchi a La7 a Propaganda Live, aveva recitato un monologo scritto proprio da Mattia Torre intitolato “Colpa di un altro”.

Oltre alla sceneggiatura di Boris, scritta insieme a Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico, Torre è l’autore di 456, spettacolo teatrale ripreso anche dallo show di Serena Dandini “The Show must go off”, in onda su La7, e di “Dove è Mario” la serie tv che segnò il ritorno di Corrado Guzzanti sul piccolo schermo.  Al cinema, sempre in trio con Vendruscolo e Ciarrapico, aveva firmato anche la commedia grottesca Ogni maledetto Natale.

Torre stava preparando il suo prossimo film in programma per il 2020, Figli, in cui avrebbe dovuto dirigere Valerio Mastandrea, Paola Cortellesi e Stefano Fresi. In ricordo del regista questa sera su Raimovie verrà programmato il film Ogni maledetto Natale.

Tra i primi ad esprimere cordoglio sui social network è stato proprio Guzzanti: “Mattia Torre, amico carissimo e brillante, scrittore sopraffino, 47 anni, venti romanzi ancora da scrivere, cento sceneggiature. Una curiosità, un coraggio e un senso dell’umorismo rari in questo mondo, rarissimi in Italia. Uno che se adesso gli dicessi ‘che la terra ti sia lieve’ ti scoppierebbe a ridere in faccia, ci scriverebbe sopra un monologo. Mi mancherai tanto. Ci eri indispensabile”, ha scritto commosso.

Lo ricorda addolorato anche l’amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini: “Ciao Mattia, sei stato tra i migliori talenti per il teatro, il cinema, la televisione. Avevi capacità di sorprendere, di essere originale, di fare la differenza… Ci mancherai”. 

In un libro di due anni fa La linea verticale, edito da Baldini+Castoldi, Mattia Torre raccontava la sua malattia. Ecco un estratto:

“Appena ho saputo di essere malato, ho subito pensato al mio funerale, ho immaginato come doveva essere: doveva essere molto doloroso. Perché i funerali più riusciti, quelli che rimangono impressi nella memoria, sono quelli molto dolorosi. In questo senso andava subito escluso il funerale cattolico, perché il funerale cattolico non è abbastanza doloroso. Per la maggior parte del tempo non si capisce bene cosa il prete dica, legge dalla Bibbia parabole di dubbia presa sul pubblico, cita a vanvera episodi della sua infanzia, e poi quelle musiche di organo sono distraenti, uno inizia a pensare ai fatti propri e questo è sbagliato, perché i pensieri, le emozioni dei presenti devono convergere in un unico, straziante dolore. Niente funerale cattolico quindi, e niente preti. Solo amici commossi che magari raccontino qualcosa sul defunto, qualcosa di lui, qualcosa di intimo, di toccante, aneddoti, aneddoti mirati, sulla persona, sulle sue qualità che ora appaiono superlative, un santo praticamente, aneddoti talmente emozionanti che chi li ha scritti non riesce a leggerli, e scoppia a piangere perché il dolore è troppo forte; oppure anche divertenti, che uniscano cioè allo strazio quella nota comica che rende il dolore ancora più insopportabile – ‘amava la famiglia, gli amici, lo Chardonnay’ – e infatti tutti piangono a dirotto, questo è il mio funerale, nessuno che fuma fuori, no, tutti dentro, accalcati, c’è posto per tutti. Perché il funerale perfetto è importante che sia devastante anche fisicamente, devi uscire col mal di testa e la voglia di vomitare. Non devi quasi più avere voglia di vivere dopo un funerale veramente riuscito. Ti deve passare la voglia di stare con gli altri, la fiducia nel futuro, l’inclinazione al lavoro, l’appetito. Mentre dentro tutti continuano a piangere a boati, come se non ci fosse un domani”.