“E’ un ebreo di m…”: frase razzista nella sede Mediaworld di Venezia

Pubblicato il 3 Agosto 2011 12:21 | Ultimo aggiornamento: 3 Agosto 2011 12:21

ROMA – In una lettera firmata “Dario Calimani – Venezia” e pubblicata sul quotidiano Repubblica, si racconta di un fatto accaduto nella sede Mediaworld nell’area veneziana, un fatto di razzismo in cui una commessa ha chiamato un collega o un cliente, non si sa, “ebreo di merda”. A scrivere è il padre, testimone è il figlio:

“In un Paese che sta perdendo rapidamente ogni valore sociale e morale non ci si può più voltare dall’altra parte. Giorni fa, nella sede di Mediaworld dell’area veneziana, di fronte al pubblico in attesa di essere servito, un’impiegata dice al telefono: ‘Ma quello è un ebreo di m…’. Testimone del civile enunciato è purtroppo mio figlio, il quale cortesemente chiede: ‘E se io fossi ebreo?’. La signora, anziché scusarsi imbarazzata, rivendica la propria libertà di parola e chiede invece a mio figlio se egli sia davvero ebreo o se abbia solo voglia di far polemica. E per provarlo gli chiede che cognome abbia, visto che lei dal cognome li sa riconoscere gli ebrei. A una prima analisi si dedurrebbe che contestare un atto di antisemitismo è di per sé un atto polemico e a farlo comunque può essere solo un ebreo. Ma la signora non si ferma, e aggiunge che ormai tutti si esprimono così, e in certi ambienti dei centri sociali si dice anche ‘negri di m…’. La discussione continua così di fronte ai clienti, tra i quali un ebreo sconcertato e turbato, e a un capo reparto che va poi a riferire l’accaduto al direttore che, successivamente, contrito si scusa”.

Quindi la lettera prosegue così:

“Si esce dall’azienda, e dal caso specifico, e ci si chiede in che società si stia vivendo, se ci sia ancora posto per minoranze e diversità; o se ci si debba rassegnare all’arroganza, agli insulti e all’ignoranza di chi si reputa al di sopra delle norme che regolano, anche sul piano del linguaggio, la convivenza civile. E ci si chiede anche se le aziende che offrono un servizio al pubblico si preoccupano di dare al loro personale una formazione che preveda qualche nozione di mediazione culturale: il rispetto del diverso, oltre che della persona in quanto tale. È sorprendente che qualcuno usi con indifferenza definizioni quali «ebreo di merda» o «negri di merda» senza che la sua stessa coscienza civile si rivolti e protesti. E le nostre istituzioni educative che ruolo svolgono? Forse bisogna rassegnarsi. Viviamo nell’epoca dei Borghezio, in cui i principi di convivenza, di solidarietà, la compassione stessa (etimologicamente intesa) hanno perso ogni senso. Ma è giusto lasciar correre sempre e tutto?”.