Mense scuola: costi alti, cibo scadente. Bimbi ci rimettono

di redazione Blitz
Pubblicato il 27 Novembre 2015 16:15 | Ultimo aggiornamento: 27 Novembre 2015 16:15
Mense scuola: costi alti, cibo scadente. Bimbi ci rimettono

Mense scuola: costi alti, cibo scadente. Bimbi ci rimettono

ROMA – Un pasto a scuola per un bambino veneto costa in media 4,8 euro, per un bimbo del Sud costa 3,9 euro, e a fronte di queste cifre la qualità non è il massimo, anzi. Tra costi alti, cibo scadente e sprechi a rimetterci sono i bambini. E’ quello che risulta da un’indagine pilota condotta da Oricon, osservatorio sulla ristorazione collettiva e nutrizione, sulle mense scolastiche.

La prima voce riguarda gli sprechi, notevoli: nelle mense scolastiche il 12,6% di un pasto cucinato per ciascun alunno rimane ogni giorno nel piatto, divenendo spreco. Nel dettaglio, gli sprechi sono pari all’11% nei primi piatti; al 13% nei secondi; al 22% nei contorni; al 9% nei dessert, al 10% nella frutta e, infine, al 10% nel pane. Da un punto di vista economico, entrano nel bidone dei rifiuti, 0,18 centesimi per pasto (a fronte di un prezzo medio di un pasto pari a 4,6 euro).

Un’altro dettaglio importante riguarda l’analisi del prezzo: solo il 44% della cifra riguarda l’acquisto del cibo, tutto il resto viene speso per pagare manodopera e trasporto. Con conseguenze sul prodotto finale, come spiega il Corriere della sera:

In un settore da 1,25 miliardi di euro, che eroga 298 milioni di pasti all’anno, anche pochi centesimi possono fare la differenza: il costo del pasto medio per uno studente italiano è di 4,6 euro, ma cambia molto se l’alunno si trova al Sud, dove un pranzo costa 3,9 euro, al Centro, dove arriva a 4,8, al Nord-est, dove scende a 4,4, al Nord-Ovest (4,6) o in Lombardia, dove un pasto caldo in mensa costa 4,5 euro. Si tratta di prezzi che non vengono pagati direttamente dalle famiglie, a cui va il contributo statale e comunale, ma che comunque incidono inevitabilmente sulle spese a carico delle famiglie. Sulle cui spalle ricadono soprattutto costi di manodopera, piuttosto che di materie prime di alta qualità: il costo del lavoro è il 44%, il costo dell’acquisto delle materie prime alimentari il 37%, mentre i costi riferibili ad acquisti non alimentari, trasporti e utility sono pari al 19%: significa che il 63% del costo non riguarda i prodotti, ma le persone che lavorano per le aziende. E infatti solo il 32,5% delle materie prime alimentari utilizzate è composto da prodotti certificati o provenienti da filiera controllata: se la percentuale- come tutte le famiglie auspicano- salisse, il costo lieviterebbe oltremodo. Rendendo un pasto a mensa poco competitivo, come già successo in passato in Lombardia e Veneto, dove le famiglie per protesta hanno scioperato per la «schiscetta libera» .