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Meredith, giudice: “Amanda e Raffaele uccisero perché non avevano nulla da fare”

Meredith, giudice: "Amanda e Raffaele uccisero perché non avevano nulla da fare"

Raffaele Sollecito, Meredith Kercher, Amanda Knox (Foto Lapresse)

FIRENZE – “L’hanno uccisa perché quella sera non avevano nulla da fare”, parla così il giudice Alessandro Nencini, presidente della Corte d’assise d’appello di Firenze, all’indomani della sentenza che ha condannato nuovamente Amanda Knox e Raffaele Sollecito per l’omicidio di Meredith Kercher.

In una duplice intervista, rilasciata al Messaggero e al Corriere della Sera, il presidente Nencini si dice soprattutto “sollevato” perché è finalmente passato “il momento della decisione” che è “il più difficile. Ho anche io dei figli e infliggere condanne da 25 e 28 anni a due ragazzi è una cosa emotivamente molto forte”.

Una decisione arrivata dopo 12 lunghissime ore di camera di consiglio. Nencini spiega il perché di tanta attesa:

”La mia logica è stata: prendiamoci il tempo che serve, dobbiamo uscire con la coscienza pulita. Così è stato”.

Intanto, nelle lunghe ore di presidio in aula, fra avvocati, giornalisti e pubblico partiva il gioco delle congetture: liti con i giudici popolari, liti sulle misure da disporre per i due imputati, reati da modificare, capi di imputazione da riscrivere. Il presidente Nencini non ha gradito il chiacchiericcio di questi mesi attorno al processo, specie quello su giornali e tv, eppure è lui il primo a parlare prima che escano le motivazioni della sentenza.

“I processi si fanno nelle aule, non sui media”, dice. Poi sottolinea un aspetto di cui va orgoglioso. Nonostante i tempi della giustizia siano notoriamente lunghi, stavolta “in quattro mesi abbiamo fatto un processo con rinnovazione del dibattimento”.

Durante il processo Nencini ha dimostrato di essere un tipo spiccio. Più volte ha interrotto gli avvocati con brusca schiettezza. Nega che la decisione sia stata presa su un sentiero stretto tracciato dalla Cassazione:

Hanno solo spiegato che, in più occasioni, la sentenza di assoluzione mancava di argomentazioni e presentava difetti di logica. Il vincolo era solo che in caso di assoluzione avremmo dovuto motivare in maniera logica. Non c’era alcun paletto”.

Oggi non racconta cosa sia successo in quella camera, però,

”non ci sono da fare dietrologie  è stata una camera di consiglio normale, con una discussione normale. Il tempo è servito per l’esame degli atti: 12 ore non devono fare effetto”.

In fondo, basta fare due calcoli:

”Il processo è composto 64 faldoni e 36 perizie – ricorda Nencini – e c’erano da valutare le ordinanze cautelari. La durata della camera di consiglio è stata fisiologica. I giudici popolari devono dare il loro contributo. Se non vogliamo che siano solo fantocci, dobbiamo metterli in condizione di confrontarsi con gli atti processuali, per far sì che possano pervenire a una decisione ragionata. E’ stata una camera di consiglio vera”.

Neppure rispetto alla condanna di Rudy Guede, incalza il Corriere?

“Effettivamente la particolarità del processo era proprio questa: una persona già condannata con rito abbreviato e in via definitiva per concorso nello stesso omicidio. La Cassazione ci chiedeva di valutare il ruolo dei concorrenti. Noi avremmo potuto dire che non erano i due imputati, motivandolo in maniera convincente. Ma non abbiamo ritenuto fosse questa la verità”.

Perché avete deciso di non interrogare Guede?
“A che pro? Lui non ha mai confessato e anche se l’avessimo convocato aveva la facoltà di non dire nulla. Non l’abbiamo ritenuto necessario. Invece ci sembrava importante approfondire altri aspetti e infatti abbiamo disposto una perizia e ascoltato i testimoni sui quali c’erano dubbi. È il ruolo dei giudici di appello. In quattro mesi siamo riusciti ad arrivare alla definizione”.

 

Poi c’è la questione del movente, a sfondo sessuale o per motivi futili sugli screzi intercorsi tra Amanda e Meredith in merito alla pulizia della casa? Nencini aggiunge un particolare non di poco conto: quella sera non avevano nulla da fare…

“Il movente è un problema che la sentenza affronterà. A livello generale, quando un fatto di sangue nasce all’interno di un’organizzazione criminale, è facile. Qui è nato e maturato in una serata tra ragazzi. Non c’è un movente prevalente che si possa desumere da un contesto. Fino alle 8 e un quarto della sera del primo novembre, Amanda doveva andare a lavorare al pub di Lumumba, e Raffaele doveva andare alla stazione a prendere la valigia di un’amica. Poi la situazione è cambiata. L’episodio nasce in una sera in cui nessuno aveva più da fare”.

Quanto alla posizione di Sollecito, che la difesa aveva chiesto di separare rispetto alla sua compagna di “disavventura”, Nencini spiega:

“Motiveremo in maniera approfondita sul punto spiegando perché non abbiamo ritenuto di accogliere questa impostazione. In ogni caso Sollecito ha deciso di non farsi mai interrogare nel processo”.

E questo ha influito sulla scelta di condannarlo?
“È un diritto dell’imputato, ma certamente priva il processo di una voce. Lui si è limitato a dichiarazioni spontanee, ha detto soltanto quello che voleva senza sottoporsi al contradditorio”

Quando si è diffusa la notizia che per notificargli il divieto di espatrio, la polizia ha dovuto raggiungere Raffaele in un albergo alle porte con l’Austria, qualcuno ha pensato che la Corte potesse rivedere la misura, magari disponendone una più pesante. Per ora non c’è bisogno. Per ora.

”L’ordinanza è stata eseguita. Basta – ha detto Nencini – Lui sta in Italia, la questione è chiusa qua. Non c’è motivo di immaginare altro”.

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